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lunedì 22 febbraio 2016

Motorpsycho - Here Be Monsters


















Quella dei Motorpsycho è un' avventura nata sul finire degli anni '80. Un primo disco nel 1991 e poi una lunga sfilza di pubblicazioni che messe insieme compongo uno strabiliante mosaico sonoro. Oggi i norvegesi ci piazzano davanti ancora una volta un rock di spessore, fatto di divagazioni prog, ossature blues e slanci psichedelici. Un suono sontuoso, costruito su architetture precise e con un' impronta a tratti differente dal precedente lavoro. In tal senso il pianoforte di Sleepwalking chiarisce fin da subito le cose. Fanno soprattutto la differenza le tastiere di Thomas Henriksen, che per l' occasione si affianca a i tre anche in veste di produttore. Fuori le chitarre di Reine Fiske che impreziosivano "Behind The Sun", quindi. Il risultato è un caleidoscopio capace di rievocare ora i Pink Floyd di "Dark Side of the Moon" (Lacuna/Sunrise), ora i Genesis di "A Trick of the Tail" (Running With Scissors). Non mancano certe sfuriate di grande potenza (I.M.S.) e immersioni nei meandri del folk spichedelico con un brano scritto dal grande Terry Callier e portato al successo dagli H.P. Lovecraft (Spin, Spin, Spin). Il finale è affidato a Big Black Dog, poco più di 17 minuti a metà strada tra i vocalizzi a-là Crosby, Stills & Nash e un heavy psych al rallentatore pregno di drammatica inquietudine. "Here Be Monsters" è l' ennesimo centro pieno. La loro grande forza sta nel rinnovarsi sempre e comunque mantenendo un livello altissimo. E non è cosa da poco.

Torrenziale | 8



venerdì 19 febbraio 2016

Sin Ropas - Mirror Bride


















I Sin Ropas arrivano da Marshall, North Carolina, e sono Tim Hurley (Red Red Meat) e Danni Iosello (Califone, Errs), compagni sul palco come nella vita. Attivi sul campo da più di dieci anni ma ancora oggi poco celebrati, giungono ora al loro quinto sigillo. Sono passati sei anni dal precedente lavoro, eppure i due sembrano avere ancora idee ed energie da vendere. "Mirror Bride" mette in scena una manciata di canzoni che fin da subito si attaccano alla pelle. Siamo dalle parti dei Low, ma con chitarre più acide e sporche. Dall' inizio struggente di Save Me a Place, passando per il folk rock in distorsione di Crows; dalla malinconia sghemba di  Brush for This alla psichedelia tribale di Silver Brow; dagli echi canterburyani di Summer Bag alle melodie vaporose di Broken Beaches. Ci sono poi il blues arcaico di Mirror Bride e la dolente Tourniquet. Il tutto forte di una produzione curata nei minimi dettagli e di un' eleganza nella costruzione delle melodie che fanno di questo nuovo album l' ennesimo gioiello. C'è anche lo sguardo attento di Brian Deck già a fianco di Red Red Meat e Modest Mouse. Il risultato è un disco in grado di picchi di bellezza che esplodono ad un ascolto attento. Una intensa selezione sognante composta da brani delicati, dolenti, immersi tra atmosfere folk rock con divagazioni slow core e sussulti psichedelici qui e lì. L' unico difetto può essere riscontrato nella durata: poco più di mezz'ora, ma tutti di un livello davvero alto. Il disco verrà pubblicato insieme a un libro di racconti scritti dalla stessa Danni Iosello (edito dalla Errs Press). Da restarne estasiati fin da subito. Tra qualche giorno li troveremo anche in giro per l' italia.

Intenso | 7.6




martedì 16 febbraio 2016

Sea Pinks - Soft Days


















Dietro la voce e la chitarra dei Sea Pinks si nasconde Neil Brogan, già attivo coi più celebri Girls Names. Irlandesi con alle spalle già qualche uscita su cassetta e un primo album pubblicato sempre su CF Records, oggi i tre ci piazzano davanti un gustoso affresco sonoro fatto di power pop e garage di prima qualità. L' impressione è che questo disco ce lo porteremo dietro fino alla prossima estate. 11 brani da ascoltare tutti d'un fiato. Una partenza a razzo con  (I Don't Feel Like) Giving In. Arrivano poi una sequenza di brani ad alta velocità, tra soluzioni brillanti e una scrittura sempre accorta. Trend When You're Dead, Depth of Field, Everything in Sight e Soft Days costituiscono la parte migliore di un disco ottimo nel suo incedere energico ma pur sempre raffinato. Ci sono incursioni precise nei territori di un punk spensierato, di una psichedelia fatta di sprazzi shoegaze e di uno jingle jungle ben calibrato. A livello melodico tutto funziona alla perfezione. Ritmi impeccabili e basso sempre presente. Ma sono le chitarre a fare gran parte del lavoro. Ed è questo forse il punto di forza del disco. Aggiungete poi una dose di riverbero che accompagna l' intero disco. Fresco, pieno di energia positiva, "Soft Days" si lascia apprezzare fin da subito, forte di un suono particolarmente curato. Insomma, proprio un bel dischetto.

Fresco | 7.6

venerdì 22 gennaio 2016

Ty Segall - Emotional Mugger


















Detto tra noi, non vorrei essere nei panni di chi un giorno dovrà mettere su carta l'intera opera di Ty Segall con tanto di collaborazioni e quant'altro. Lo sappiamo bene: il ragazzo non riesce a starsene con le mani in mano. Neanche il tempo di concludere il nuovo album con i Fuzz che già è pronto il suo ottavo disco da solista. Insomma: una fertilità compositiva da far impallidire chiunque. "Emotional Mugger" è ancora una volta un lavoro riuscito. Bastano i primi 3 minuti scarsi di Squealer per capire quanto la musica del musicista americano stia man mano assumendo una forma precisa, in bilico tra garage, psichedelia, glam, pop e hard rock. Una centrifuga capace di risucchiare al suo interno influenze di vario genere per poi sputare fuori qualcosa di sempre diverso, potente e, volendo, anche ambizioso. Succede quindi che gli undici brani contenuti nel nuovo disco siano tra le cose migliori e più folli prodotte finora da Ty. Un crescendo di melodie al servizio di chitarre al massimo della distorsione. California Hills, Emotional Mugger/Leopard Priestess e Diversion sono regolate da un tasso di potenza capace di procurare energia ad un intero isolato. Ci sono poi le cantilene sbilenche di Mandy Cream e Squealer Two, il garage futurista di Candy Sam e un finale con The Magazine che proprio non ti aspetti. In definitiva: 38 minuti che reggono bene ad ogni passaggio.

Alieno | 7.8

Streaming


lunedì 7 dicembre 2015

Girls Names - Arms Around a Vision


















Il sound dei Girls Names è qualcosa in continua evoluzione. La conferma arriva da un terzo disco ricco di nuove prospettive. Se il primo album mostrava un suono più orientato verso un noise pop tagliente, il secondo lavoro vedeva la band impegnata nei territori di un post punk affabile, forte di alcuni momenti davvero convincenti. In "Arms Around a Vision" le atmosfere si tingono invece di una new wave spigolosa che non disdegna una tipica psichedelia di stampo shoegaze. E il risultato questa volta e da applausi. Brani come Retience, Oscilattions e Chrome Rose sono roba pregiata. A Hunger Artist, Dysmorphia, Exploit Me, I Was You testimoniano invece lo spessore dei 4 di Belfast, capaci di catturare il passato e proiettarlo nel presente con il miglior abito possibile. Merito di una scrittura che non rinuncia alla melodia, forte di ritmiche sostenute, bassi corposi, chitarre ben affilate e tastiere astratte. Il tutto avvolto da una voce impetuosa. Le cose funzionano a dovere per tutta la durata del disco. I rimandi a formazioni come Stranglers, Cure e The Horrors sono più che evidenti. Ma ciò che davvero colpisce è la naturalezza con cui la band irlandese riesce nuovamente a cambiare pelle senza perdere colpi. Una manciata di canzoni fantastiche, costruite affidandosi a un suono preciso e perfezionato col tempo, che non manca di essere ipnotico e ricco di momenti avvolgenti.

Centro pieno | 8

lunedì 23 novembre 2015

Blessed Child Opera - The Devil and The Ghosts Dissolved

La Seahorse Recordings è un' etichetta indipendente fondata nel 2000 dal musicista di origini napoletane Paolo Messere e si occupa nello specifico di produzioni che spaziano tra diversi generi, ma con un unico comune denominatore: la scena italiana. Paolo è ormai sul campo da diversi anni. Un passato come componente dei Silken Barb e Ulan Bator; un presente come membro fondatore dei Blessed Child Opera, progetto tra i più interessanti del panorama indipendente italiano, che oggi vanta il settimo lavoro in studio. Il tutto nasce e ruota intorno alla penna del musicista napoletano che, come già accaduto per i precedenti album, decide ancora una volta di cambiare le carte in tavola, optando per un ulteriore cambio di formazione. Nasce così la collaborazione con Valeria Sorce (voce) e Matteo Dossena (batteria), mentre Paolo maneggia con cura chitarra, basso e tastiere. "The Devil and The Ghosts Dissolved" è il nuovo lavoro e arriva a distanza di due anni dal riuscitissimo "Darkest Sea". Ancora una volta è qualcosa di intimo, personale. E in tal senso il titolo sembra abbastanza emblematico. Il nuovo appuntamento è all' insegna di un dark folk a tratti più diretto e armonioso rispetto al disco precedente. 11 episodi di costante qualità tenuti insieme da una produzione impeccabile. I primi scampoli di We Can’t Be Rivals of God sono carichi di quella tensione presente in "Darkest Sea". Ci pensa però la splendida voce di Valeria Sorce a rompere col passato. Arriva poi la malinconia languida di Painted Horses e Thesre's Too Musch Noise a delineare la direzione del nuovo capitolo. E così inizia un susseguirsi di brani dall' impronta notturna, caratterizzati da una sensibilità melodica capace di esplorare atmosfere rarefatte. È il caso di I'm Gonna Wait My Love, The Despair Like a Trail e Who I am. Messere in X-Stars trova spazio anche per alcuni spunti elettronici. Funzionano bene anche It Looks Like a No Return, Mother e No One, mentre il finale di I Know Everything è di certo il momento migliore del disco. Ancora una volta un lavoro riuscito, fatto di canzoni dal timbro profondo e disincantato che si fanno strada tra immagini crepuscolari e sonorità evanescenti.
L' ennesima conferma.

Fascino | 7.2




giovedì 19 novembre 2015

Early Mammal - Take a Lover


















Ci sono alcune novità per gli Early Mammal: un cambio di line up che vede l' uscita del tastierista Denis Belinder e l' entrata del batterista dei Wolf People Ben David, e l' approdo ad una nuova etichetta, la Riot Season. Giunti ora al terzo sigillo, gli inglesi capitanati da Rob Herian spalancano le porte dell' infinito. Il percorso è arduo, tutto incentrato su un blues cosmico che deflagra in vortici psichedelici. La partenza è affidata alla strumentale Great German, un crescendo esasperante di stoner con deviazioni space; Inside si presenta come una lenta liturgia ascensionale; Morning mette in scena un suono sempre più sontuoso che infine sfocia nella liturgica Sigh On. Ma è Glad is Night il pezzo pregiato: quasi nove minuti di un tortuoso mantra ipnotico-distorsivo. Si fa notare poi il finale ustionante di The Good / GG Return & Out. "Take a Lover" ci mostra una band capace di disegnare un percorso sofisticato, fatto di flussi elettrificati ed esplosioni incandescenti. Energico, preciso e per lo più strumentale, questo nuovo lavoro mostra tanta disciplina e qualche difetto nella ripetitività. 8 movimenti tellurici all' insegna di un sound non troppo innovativo ma comunque efficace.

Imponente | 7.5

lunedì 16 novembre 2015

Julia Holter - Have You In My Wilderness


















Quelle di Julia Holter sono canzoni di cristallo forgiate da mani sapienti, forti di un linguaggio unico e personale. “Have You In My Wilderness” arriva a 3 anni di distanza dal disco precedente e si presenta in tutta la sua bellezza, vantando un suono tanto fragile che a tratti sembra scivolarci tra le mani. Quelle ritmiche quasi sempre abbozzate e quella sensazione di eterna leggerezza, si specchiano in arpeggi morbidi accomodati su tessuti astrali. Un lavoro articolato, fatto di arrangiamenti ariosi che vedono tra l' altro l' impiego di contrabbasso, clavicembali, sax e pianoforti. Il risultato è tutto un susseguirsi di brani che si muovono su equilibri sottili e melodie vaporose. Solitudine e assenza. Splendore e incanto. Un oceano in calma apparente attraversato da folk, pop, jazz, elettronica. La composizione classica si sposa con la melodia creando un paesaggio sonoro suggestivo e romantico. La Holter dispiega tutto il suo potenziale, e ciò che ne viene fuori è qualcosa destinato a rimanere negli anni. La dimostrazione è tutta racchiusa nella bellezza di queste 10 gemme. E credetemi: risulta difficile indicarne il momento migliore. L' impressione è quella di immergersi tra le geometrie complesse di Laurie Anderson e le atmosfere oniriche dei Sigur Ros.; tra le fascinazioni ancestrali di Joanna Newsom e gli slanci melodici di Kate Bush. Sfuggente, elegante, intima. La musica di Julia Holter vive di ambizioni, di ricerca, di intuizioni. Non resta che inchinarsi dinanzi a tanta grazia.

Puro incanto | 8.5

mercoledì 28 ottobre 2015

Serpent Power - Serpent Power


















I Serpent Power sono la creatura di Ian Kelly e Paul Molloy. Il primo batterista dei Coral, il secondo polistrumentista degli Zutons. A distanza di un anno dalla nascita i due sfornano un disco di esordio di tutto rispetto. Una dozzina di brani in scaletta per poco più di 42 minuti all' insegna di ballate spettrali a metà strada tra i Beatles e Syd Barrett. Buona la costruzione delle melodie; ottimo l' approccio a una psichedelia docile che in certi sensi rimanda alla stagione folk rock californiana. A questo aggiungiamo una visione dark horror presente in tutti i brani e anche nella copertina. I due si fanno apprezzare sin da subito:  Dr. Lovecraft's Asylum, The Man Who Shrunk the World e Lucifer's Dreambox sono il migliore inizio possibile. Canzoni costruite su scampoli di melodie narcotiche, pervase da atmosfere sgargianti che si muovono agili e sinuose tra echi di Byrds e spunti dixie, ci accompagnano lungo un percorso che si fa sempre più fascinoso. Il risultato è un disco ingegnoso ma d'approccio immediato, capace di incantare grazie a una sequenza di brani splendidi e di ottima fattura (Th Siren, Killer Cherry Pie, Life is a Ball sono tra le migliori del repertorio). Non mancano moog, mellotron e chitarre ben affilate. Una formula che funziona in tutti i sensi e che lascia ben sperare per i progetti futuri.

Magico | 7.6



domenica 13 settembre 2015

The Libertines - Anthems For Doomed Youth


















La notizia riecheggia tramite Facebook, e non è affatto uno scherzo: i Libertines tornano in pianta stabile e con un nuovo album. Doherty ritrova l' amico Barat e porta a conclusione “Anthems For Doomed Youth”. Se i problemi di Pete con l' eroina non avessero intralciato il percorso intrapreso dai quattro ragazzi inglesi, ora - forse - staremmo qui a parlare di un' altra storia e magari di un altro disco. Fatto sta che mentre mi accingo a scrivere del nuovo lavoro, il buon Pete Doherty sembra essere stato ricoverato per motivi ancora sconosciuti. A dare un senso a tutto ciò ci prova la musica, quella racchiusa in questo nuovo capitolo della band inglese. Come prima cosa sono trascorsi ben 11 anni, e i Libertines sembrano aver ancora le idee chiare.“Anthems For Doomed Youth” è un disco da ascoltare tutto d' un fiato, con quella Barbarians in partenza che scorre impetuosa e che lascia spazio ai deliri alcolici di Gunga Din. Si scivola poi tra una giocosa Fame & Fortune, una romantica ballata come You're My Waterloo, il rock' n' roll sfacciato di Belly of the Beast e quello da colpo al cuore di Heart of the Matter. A terminare il lavoro ci pensano brani capaci di emergere al primo ascolto (The Milkman's Horse, Glasgow Coma Scale Blues, Dead for Love). "Anthems For Doomed Youth” suona omogeneo, calibrato, grazie a una produzione attenta e funzionale, con chitarre, basso e batteria ad incendiare tutto. Semplicità e irruenza regolano un rock sempre tagliente, fatto di melodie e pulsioni punk. C'è anche tanta voglia di rimettersi in gioco tra le pieghe di queste canzoni. Perfetti sotto ogni aspetto. 

Inaspettato | 8

venerdì 4 settembre 2015

Slaves - Are You Satisfied?


















L' energia dei Fugazi, l' approccio rozzo dei White Stripes e la sfrontatezza degli Arctic Monkeys. E poi tanta voglia di suonare puro rock 'n' roll. Sono in due e arrivano dal Kent, Inghilterra. Isaac Holman (batteria e voce) e Laurie Vincent (chitarre e voce) scalano le classifiche inglesi entrando dalla porta principale della Virgin Records. "Are You Satisfied?" arriva dopo "Sugar Coated" del 2012, un mini-album contenente 9 brani per poco più di 20 minuti di musica. Siamo di fronte a un suono asciutto, poderoso, e a brani immediati ma non per questo scontati. I due prendono il garage e il punk e gli costruiscono attorno una corazza pop dall' attitudine sarcastica. Il risultato è tutto concentrato in questi 13 brani infuocati. I riff dell' iniziale The Hunter mettono subito le cose in chiaro, passando poi il testimone all' irresistibile Cheer Up London. Da qui in poi le cose iniziano a prendere forma, la velocità tende a salire e Sockets, Despair and Traffic e Do Something esplodono come nitroglicerina. I ragazzi sanno il fatto loro, e dimostrano di essere incazzati sul serio. Non basta allora la parentesi acustica della title track a placare i toni: in Wow!!! 7AM  la chitarra riprende ad ardere e la batteria a picchiare forte, mentre in Hey si torna a viaggiare ad alta velocità. Il resto è tutto un sussulto vertiginoso tra fuoco, fiamme e tanta (auto)ironia.

Soddisfatti? | 8

giovedì 20 agosto 2015

Westkust - Last Forever


















Uno, due, tre, via! Piede premuto sull’ acceleratore e chitarre in distorsione: shoegaze suonato con gli occhi rivolti al sole e un cuore traboccante di psichedelia. I Westkust arrivano dalla Svezia e subito dimostrano di saperci fare nel trovare il perfetto equilibrio tra rumore e melodia. Ma è forse quest’ultima a rendere l’intero lavoro brillante. Dopo una serie di singoli molto apprezzati, la formazione di Göteborg, composta per 2/5 da membri dei Makthaverskan, arriva al primo album mettendo in scena 9 brani di luminoso noise-pop proiettato verso l’ universo. Gustav Anderson e Julia Bjernelind si alternano alla voce, intrecciandosi a sonorità contagiose che viaggiano sempre a ritmi sostenuti. Raggiante e furioso; dolce e tagliente. “Last Forever” è un motore irrefrenabile. E intanto vengono fuori alcune composizioni che pur avendo debiti verso le solite band, riescono nell’ intento di farsi amare al primo ascolto. Non un passo falso. Non un attimo di noia. Tutto suona coinvolgente, fresco. Il merito sta tutto nell' aver confezionato un disco intenso come non lo si sentiva da un po’ di tempo nel panorama shoegaze. Proprio un gran bel disco da ascoltare e riascoltare.  

Fulminante | 7.6

martedì 21 luglio 2015

Johnny Dowd - That’s Your Wife On The Back Of My Horse

Già lo scorso anno ho provato a parlarvi di Johnny Dowd; anche con ottimi risultati, direi. Fatto sta che quella recensione finisce dritta tra le mani dell' autore che dopo qualche mese mi contatta e mi spedisce il nuovo album. Chiusa questa piccola parentesi anche personale, torno nuovamente a raccontarvi di un personaggio che in Italia è ancora inspiegabilmente sconosciuto. Alla soglia dei 70 anni, Johnny, texano di nascita e stabilitosi a New York dal 1965, ha alle spalle una carriera come componente nei Jokers e nei  Neon Baptist. Johnny è uno ancora capace di grandi sorprese. Ne è prova questo tredicesimo album in carriera, lavoro in cui l' artista americano propone nuovamente una miscela esplosiva di rock bizzarro quanto geniale. Sì, perché il signor Dowd ha un talento irrefrenabile e nella sua musica ci fa entrare di tutto: dal punk, all' elettronica; dal folk al funky; dal garage al blues. E così via. Insomma: Johnny è uno con le palle. "That’s Your Wife On The Back Of My Horse" viaggia sui binari di un' elettronica mutevole, sintetica, e stupisce per potenze e freschezza. Tutto gira attorno a ritmi e pulsazioni roboanti. Per l' occasione pare che Johnny abbia rispolverato una vecchia drum machine usata per il suo primo album, quel “Wrong side of Memphis” che getterà le basi per il suo stile unico e ineguagliabile. "That’s Your Wife On The Back Of My Horse" si presenta come un disco forte ancora una volta di un umorismo personale e un sound variegato e poco catalogabile. L' inizio è di quelli che servono a mettere in chiaro le cose; giusto per preparare l' ascoltatore ad essere travolto dai beats e dalle chitarre distorte di White Dolemite e dai riff oscuri di Cadillac Hearse. Tocca poi a The Devil Don't Bother Me, uno di quei brani capaci di far tremare l' appartamento, mentre Empty Purse è puro blues alieno. Johnny trova anche il tempo per una docile ballata come Why?. Arrivano poi in sequenza: Sunglasses, Nasty Mouth, Words Are Birds e l' impressione è quella di essere approdati su un pianeta lontano. Il resto del disco non si discosta tanto da queste sensazioni. I paragoni con Zappa, Lou Reed e Captain Beefheart sono inevitabili e per niente esagerati. Il resto, poi, sta a voi deciderlo.

Alieno | 7.8






lunedì 13 luglio 2015

The Gluts - Warsaw


















Il termometro segna oltre 30°, ma la temperatura tende a salire in modo esponenziale all' ascolto di questo disco di esordio della formazione milanese. Composti da Nicolò Campana  (voce/percussioni), Marco Campana (chitarra) Claudia Cesana (basso) e  Mattia Mandriano Toselli (batteria), i Gluts si affacciano sul panorama alternativo italiano con un disco di tutto rispetto, prodotto da James Aparicio, già a lavoro al fianco di Liars e Spritualized. 4 anni di gavetta per forgiare quello che oggi è diventato il sound della band milanese. Preciso e imponente, "Warsaw" esce in digitale e in vinile (100 copie numerate a mano) a otto mesi di distanza dall' EP "Tears of Ink”, e si presenta come un' opera che affonda le radici nel suono oscuro di formazioni come Joy Division , Jesus and Mary Chain e Bauhaus. A questo c'è da aggiungere una scarica di rabbia, adrenalina e sussulti psichedelici. Quello che abbiamo tra le mani è un disco carico di una tensione palpabile, da stingere lo stomaco, che molto si avvicina agli ultimi lavori degli A Place To Bury Strangers e degli Icarus Line. Ritmi sempre incalzanti e testi impegnati, fanno di questo primo atto un disco folgorante. Alla partenza di Rag Doll le cose sono chiare: i ragazzi mettono in mostra tutto l' armamentario. Ne vengono fuori 9 schegge di sovraccarico post punk. Una potenza incandescente, spigolosa; un approccio nervoso, asfissiante. "Warsaw" viaggia ad alte temperature per tutti i suoi 40 minuti: PBP, The Thing, Ice Man, Enemies sono materia ad alto componente esplosivo. C'è da migliorare, certo. Ma per ora questo resta tra i migliori esordi italiani dell' anno.

 Fibrillante | 7.4

http://www.rockit.it/TheGluts/album/warsaw/24457

mercoledì 8 luglio 2015

Gengahr - Dream Outside


















Le cose iniziano a girare bene fin da subito: "A Dream Outside" è chiaramente un lavoro riuscitissimo; di quelli da portarsi indietro in vacanza. Ottima la partenza di Dizzy Ghost. Arrivano in sequenza: She's A Witch e Heroin a spazzare via ogni dubbio. Il quartetto proveniente dal nord di Londra sa il fatto suo. Psych pop che non rinuncia a sfoggiare chitarre dai riverberi shoegaze. Il resto lo fanno brani come Where I Lie, Powder, Loney As a Shark e qualche piccolo debito nei confronti dei primi Radiohead. Facendo un piccolo passo indietro scopriamo che la band inglese ha avuto la fortuna di accompagnare gli Alt-J durante il tour europeo. Ciò avveniva poco prima dell' uscita del loro EP. La prova del nove è tutta racchiusa in questo primo vero album, che si inserisce di diritto tra i dischi più belli dell' estate. 11 le tracce in scaletta; cantate con voce in falsetto e pregne di melodie accattivanti. Basso e sezione ritmica sempre ben presenti. Ma il vero punto di forza rimane la chitarra, capace di rivestire l' intero lavoro di un' aurea psichedelica. A conti fatti i quattro ragazzi inglesi hanno messo su un disco di tutto rispetto, che fa ben sperare in un lavoro futuro. Anzi, scommettiamo che questi al prossimo giro faranno il botto?

Solare | 7.5

mercoledì 1 luglio 2015

Algiers - Algiers


















L’irruenza del post punk, il fascino oscuro del blues, la sensualità del soul, la capacità evocativa del gospel, la potenza di certa musica tribale. Aggiungete, poi, una forte componente politica (il nome fa riferimento alla guerra d’indipendenza algerina) e il gioco è fatto. Lasciatevelo dire: “Algiers” è un disco che lascia il segno. Un miscuglio infernale che trapassa la pelle da parte a parte. Il tutto nasce quando Ryan Mahan e Lee Tesche, due musicisti della scena post punk, incrociano sulla loro strada Franklin James Fisher, un cantante di colore cresciuto praticamente a pane e gospel. Ciò che ne viene fuori è una fusione brutale, che sa di dolore. Birthday Party, Bad Seeds, New Order, Tv on the Radio, Angela Davis, Suicide, Public Enemy, sono tutti invitati alla cerimonia messa in scena dai tre musicisti. Il risultato è un disco magnetico, glorioso. Un lavoro capace di mescolare passato e presente in uno scenario sonoro del tutto nuovo. Prendiamo ad esempio Remains, un mantra ricoperto di beat e mareggiate di tastiere; c’è poi Claudette, un’ apoteosi di energia che sfoggia chitarre acuminate. Ma quando arriva Blood , tutto precipita e prende sembianze ancor più strazianti .Old Girl viaggia su ritmi elevati, mentre Irony. Utility. Pretext è un continuo sussulto di ritmi new wave. Black Eunuch  è un incastro feroce di basso e batteria che anticipa il soul viscerale di Games. Su tutto s’innalza imponente la voce di Franklin James Fisher, capace di picchi straordinari. Non vi basta?

Sensazionale | 8

lunedì 29 giugno 2015

Metz - II


















Nei due anni impiegati per pubblicare il nuovo album, i Metz sono di certi migliorati. Se il primo disco mostrava una band per lo più dedita a uno sferragliamento di chitarre quasi incontrollato, il secondo lavoro offre, invece, una visione più matura e disciplinata. Questo non toglie che il nuovo album si presenti ancor più rabbioso del precedente. L' inizio è da cazzotto in pieno volto; di quelli da farti perdere l' equilibrio. Stessa cosa vale per la successiva The Swimmer. Rumore e furia cieca sono le basi su cui si muove l' intero disco. Punk, garage e noise di brutale violenza. Suonati con i Mudhoney e i Nirvana nel cuore. Tutto il disco viaggia veloce. Come una scheggia, come un proiettile. Tagliente, assordante, convulsivo, vertiginoso. Chi più ne ha più ne metta. Non un attimo di tregua. Non c'è tempo di prendere fiato: Spit You Out, I.O.U., Landfill, Wait in Line, Eyes Peeled proprio non te lo permettono. Tutto si gioca su ritmi da capogiro, riff metallici e melodie acuminate. Il resto sono muscoli e sudore. Conti alla mano, questo secondo album della band canadese è tra le cose più potenti che vi capiterà di ascoltare quest'anno. 30 minuti di puro delirio. 30 minuti di sangue al cervello.

Abrasivo | 8

sabato 27 giugno 2015

Disappears - Irreal


















Pare proprio che il post punk ultimamente stia spostando la propria attenzione in direzione di un' elettronica di tipo kraut. Tesi che trova conferma all’ ascolto del nuovo album della formazione dei Disappears. Di loro sappiamo che fino a pochi anni fa hanno avuto il piacere di ospitare alla batteria l’ex Sonic Youth Steve Shelley. Sappiamo anche che al quinto appuntamento non si smentiscono, mostrandosi ancora una volta affascinati da un sound oscuro e penetrante.“Irreal” mette le cose in chiaro fin dai primi istanti, affidando la partenza a Interpretation, che apre ad uno scenario apocalittico. Un suono sontuoso, minaccioso e sintetico. E su queste direzioni si muove anche il resto delle tracce. Ogni cellula del corpo prende a vibrare sotto i colpi efferati di brani calati nel buio più profondo: I_O, Irreal, costituiscono la parte migliore del disco. C’è l’ occhio esperto di John Congleton a guidare il quartetto di Chicago. I Disappears si affidano a una sensibilità dub-funk che annega tra acque torbide. Le ritmiche sono materia metallica forgiata da mani esperte, a cui si aggiungono un basso imponente, un canto sussurrato e chitarre laceranti. Il tutto assume forme geometriche ossute. L’ impressione è che però sembra mancare qualcosa: brani come Oud e Another Thought non sembrano avere una direzione precisa, e risultano di conseguenza distaccati e poco efficaci. "Irreal" suona bene ma non lascia il segno.

Glaciale | 7.2

giovedì 25 giugno 2015

Laik-Oh! - Dietro il mondo


















Il comunicato stampa riporta: “I Laik-Oh! nascono come progetto sperimentale, nel quale i membri, dopo varie esperienze rock, si tuffano in un amalgama di elettronica con influenze dubstep e alternative.”  Coordinate più che precise per poter giungere all’ ascolto di questo esordio discografico, anticipato dal singolo Asian trip pt1 e dal videoclip Secoli di stragi, realizzato dal video maker Giovanni Tutti. Prima pubblicazione in casa Laik-Oh!, quindi. La formazione mantovana è composta da Mattia Bortesi (voce e sintetizzatori), Michele “Panf” Mantovani (chitarra, loops e beats) e Luca Peshow (basso e cori), e nasce intorno al 2012. Nei due anni che separano l’ uscita di questo primo lavoro, la band ha cercato di plasmare un proprio stile e un suono distinguibile. Pubblicato via New Model Label, “Dietro Il Mondo” si presenta come un progetto ambizioso, con atmosfere sinistre e suggestive che s’innalzano attraverso un suono poderoso, asfissiante. Un viaggio mistico, in cui elettronica e progressive innescano una sequenza di brani calati in un clima di disillusione e amarezza. È un suono pulsante, algido, che lascia in parte perplessi. Sintetizzatori e beat la fanno da padrone. Ma non tutto sembra funzionare a dovere. L' impressione è quella di un sound ancora acerbo, a tratti sfarzoso. C'è  un' identità musicale ancora da chiarire. Meglio i testi, capaci di essere comunque evocativi. In tal senso Secoli di Stragi rimane il brano di punta dell' opera. "Dietro il mondo" è un disco coraggioso. E di coraggio oggi se ne sente anche il bisogno.

Profondo | 6.8



lunedì 22 giugno 2015

Toro Y Moi - What For?


















Chaz Bundick è ormai da annoverare tra le più belle realtà musicali dei nostri tempi. Chaz Bundick è anche uno che pubblica un disco dietro l' altro, con una frequenza che lascia davvero attoniti. Ma ciò che davvero stupisce è la capacità di riuscire sempre a cambiare registro non risultando mai banale, passando così dal pop alla chill wave; dalla house all' r&b. Messo alle spalle il progetto elettronico col moniker Lee Lins, Toro Y Moi torna con una perla dal sapore nostalgico. Per "What For?" il musicista statunitense si affida ad una sorta di funky psichedelico, tirando fuori 10 composizioni fresche, brillanti, che si fanno ascoltare con estremo piacere. Toro sfoggia chitarre acide, ritmi lussureggianti, melodie sognanti dall' eco beatlesiano, rivelando una ricchezza di suoni a dir poco inebriante. Al limite tra il soul psichedelico di Shuggie Otis e il pop spaziale dei Tame Impala. Il tutto confezionato con cura ed estrema eleganza. Quello di Bundick è un eclettismo musicale capace ancora una volta di stupire  l'ascoltatore, tanto che What You Want, Buffalo e Empty Nester sono brani che proprio non ti aspetti. Il resto si fa apprezzare senza se e senza ma. In conclusione potremmo affermare che "What For?" è un disco da assaporare lentamente, e si inserisce a tutti gli effetti tra i lavori meglio riusciti di Toro Y Moi.  Non un disco per ballare, ma per viaggiare.

Godibile | 7.8