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giovedì 17 settembre 2015

Jim O' Rourke - Simple Songs


















Un' immagine di spalle, come a volersi porre ancora una volta in disparte. Il curriculum di Jim O' Rourke conta innumerevoli collaborazioni. Una sfilza di produzioni a fianco di gente come, Thurston Moore, Oren Ambarchi, i Wilco, giusto per fare qualche nome. Sperimentatore, produttore, musicista poliedrico, O' Rourke, che da anni si muove dietro le quinte, non è uno a cui piace stare lì con le mani in mano. Stabilitosi definitivamente a Tokio, il polistrumentista americano torna dopo la trilogia ispirata al cinema di Nicolas Roeg con un disco il cui titolo è una chiara dichiarazione di intenti. "Simple Songs" non fa altro che aggiungere l' ennesimo tassello alla storia musicale di uno dei personaggi più affascinanti della scena alternativa americana. Tutto gira intorno a canzoni semplici, o per meglio dire: semplicemente belle; meticolose e arrangiate in modo superbo. Ci sono gli archi, le chitarre, i pianoforti, i fiati. O' Rourke ci mette il cuore, costruendo con sapienza una serie di composizioni capaci di spaziare tra folk rock, progressive e pop orchestrale. Un puzzle in cui nulla risulta essere al posto sbagliato. Si inizia con l' ombra di Cat Stevens che aleggia su Friends with Benefits e Half Life Crisis, per poi passare alle trame prog di That Weekend e Last Year. Nell' accoppiata Hotel Blue e These Hands Jim lavora sulle corde della malinconia. Il risultato è una morsa allo stomaco. Stessa cosa per la dolente End of the Road, in cui l' influenza della tipica ballata in stile Genesis si fa ora molto più evidente. Il finale di  All Your Love è un tripudio di classe che veste i panni di un brano la cui direzione prende forme inaspettate. Un crescendo musicale al servizio della melodia.

Ispirato | 8

giovedì 12 marzo 2015

Steven Wilson - Hand. Cannot. Erase.


















Nel 2006 il corpo di una giovane donna inglese fu ritrovato senza vita nel suo appartamento di Londra. I medici attestarono che il cadavere era rimasto lì per ben tre anni. In quei tre anni nessuno tra gli amici e i parenti si rese mai conto dell’ assenza della giovane donna. Il suo nome era  Joyce Carol Vincent. A lei è dedicato questo album. 
"In una grande città, in mezzo a milioni di persone, in realtà siamo invisibili". Questa affermazione potrebbe essere la chiave di lettura dell' intero disco, il quarto da solista per Steven Wilson. È il film-documentario "Dreams of a Life", diretto da Carol Morley, che cerca di ricostruire la vicenda della giovane donna, ad ispirare “Hand. Cannot. Erase”. Abbiamo tra le mani un lavoro complesso, ambizioso; scritto da una prospettiva al femminile e ambientato in un paesaggio urbano. Wilson sceglie di narrare la storia con un approccio musicale variegato: prog, pop, elettronica, metal si mescolano in un crescendo emozionale. Un vero caleidoscopio sonoro capace di fondere in modo inequivocabile passato e presente. Ecco riemergere dal passato atmosfere che riportano alla mente i virtuosismi di formazioni leggendarie come Genesis, Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Rush, Pink Floyd. Rispetto al lavoro precedente i brani assumono atmosfere differenti, alternandosi anche nella durata; fatta eccezione per 3 Years Older, Routine e Ancestral, il resto delle tracce si mantiene tra i 2 e i  6 minuti. Nostalgia, felicità, rabbia, sono le componenti principali dell’ intero concept.“Hand. Cannot. Erase” è un album denso, vigoroso, e conferma ancora una volta le doti compositive dell’ artista inglese, che anche per questo capitolo decide di farsi affiancare da musicisti del calibro di Marco Minneman e Guthrie Govan. 

Brillante | 7.8



lunedì 28 aprile 2014

Pane / Fabio Orecchini - Dismissione

Dalle finestre della casa in cui sono cresciuto si poteva scorgere l’impianto siderurgico dell’ Italsider di Bagnoli. Agli occhi di un bambino quel gigantesco stabilimento sembrava essere un immenso parco giochi. Agli occhi degli adulti, invece, era una vera e propria fabbrica del veleno. Avrò avuto intorno agli 8 anni quando sentii per la prima volta pronunciare quel termine: amianto. Quella parola iniziò a girare tra le bocche della gente come se si trattasse di un virus. L’amianto divenne sinonimo di veleno. Un pericolo. Era il 1992 quando l’ Italsider di Bagnoli veniva ufficialmente chiuso portando ad una forte caduta dei posti di lavoro nell’intera zona flegrea. Ma questa è un’ altra storia. Dismissione era il termine che iniziò a girare tra gli abitanti come una speranza futura (ahimé, anche questa è un’altra storia). “Dismissione” è anche il titolo con il quale i Pane ci presentano il loro quarto lavoro da studio, dedicato proprio alla problematica dell’amianto. Nati nei primi anni ’90 dall’incontro tra Claudio Orlandi (voce) e Maurizio Polsinelli (pianoforte), il progetto romano si arricchisce successivamente della presenza di Vito Andrea Arcomano (chitarra), Claudio Madaudo (flauto traverso) e di Ivan Macera (batteria), mettendo appunto una personale identità musicale, che oggi li vede come una delle formazioni italiane più interessanti degli ultimi anni. Dopo lo strepitoso “Orsa Maggiore” (vedi recensione ed intervista a Claudio Orlandi), la formazione dei Pane torna oggi con un lavoro ancor più complesso e viscerale: “Dismissione” è opera che concentra in sé le qualità artistiche già espresse nei precedenti lavori, e si presenta come un esperimento di fusione tra poesia e musica. È la collaborazione con l’artista romano Fabio Orecchini a dare vita ad un lavoro affascinante quanto difficile. “Questo lavoro scava sottoterra. È pensato e costruito nel solco di un'idea, un corpo di esperienze autentiche. La resurrezione è un obbligo, una necessità storica. Abbiamo dato la dolcezza ai vermi, l'anima all'Orsa, ora un uomo può vivere" - Claudio Orlandi.
Sei tracce in cui la musica dei Pane e i testi di Fabio Orecchini s’intrecciano in una progressione multiforme di sensazioni onirico-asfissianti: Bocche, Madame Eternit, Acqua Nella Pancia, Laminare, Balene, Tuo Figlio, esplodono inquiete attraverso una miscela musicale di jazz, prog e folk. Il piano, il flauto, le chitarre, le percussioni, tessono le trame di un tappeto sonoro abrasivo, ma prettamente acustico, abbracciando la possente voce di Claudio Orlandi (il vero punto focale dell’opera), che s’innalza in un furibondo e disperato canto melodico-drammatico. Un flusso musicale travolgente in cui le parole di Fabio Orecchini sgorgano dalla bocca del cantante romano come lame acuminate: “Madama Eternit sorseggia un caffè in cucina/mio padre che fuma e indurisce ancora/come grezza materia estrattiva/mia madre la scava coi denti/lo respira”
“Pochi minuti forse un’ ora/la trave cede/ e non c’è nulla che possa fermare/la [ri]produzione dell’ovvio/l’abitudine al male”
“Stacco la spina/l’Enel che perde un vecchio cliente/si gela è mattina/germinata diossina”.
Il disco è accompagnato da un libro, che vede non solo i testi di Orecchini, ma anche una splendida prefazione di Stefano Solventi e Gabriele Frasca.
Sarebbe alquanto riduttivo definirlo un semplice disco.

Importante | 8

Ascolta "Dismissione"

lunedì 2 dicembre 2013

Teeth Of Sea - Master


















A più di due anni dallo strepitoso “Your Mercury”, Sam Barton, Mike Bourne, Mat Colegate e Jimmy Martin riapprodano sul pianeta terra per presentarci il loro terzo album in poco più di 4 anni di attività. "Master” delinea uno scenario musicale apocalittico prendendo in prestito le sonorità liquide dello space rock, la complessità del progressive e la freddezza della tecno, creando un collage musicale da brividi, per guidarci verso squarci di delirio tecnologico e cibernetiche emozioni.
Un poderoso concept album che si avvale di fitte trame elettroniche, un crescendo musicale di onde sonore abrasive. Un lavoro che punta lo sguardo verso il futuro e sui meccanismi adottati dall’uomo, sempre più orientato a divenire una macchina senza anima.

mercoledì 30 novembre 2011

Pane - Orsa Maggiore


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I Pane sono una formazione romana composta dal pianista Maurizio Polsinelli, il chitarrista Vito Andrea Arcomano, il batterista Ivan Macera, il flautista Claudio Madaudo e Claudio Orlandi alla voce.
Dopo un album omonimo autorpodotto pubblicato nel 2003 e "Tutta la dolcezza ai vermi" del 2008, il nuovo lavoro della formazione romana segna un ulteriore passo avanti nella ricerca di uno stile alquanto personale fatto di narrative poetiche, romanzesche e musicali.
La musica cammina pari passo alle parole e le emozioni si amalgamano alla voce vibrante  di Claudio Orlandi ( impossibile non pensare al caro Demtrio Stratos) che scrive i testi e in qualche occasione riadatta quelli di Bufalino, Cavallo, Majakovskij.
Un disco che sembra il seguito naturale del lavoro precedente e che rivolge lo sguardo verso l'alto. Un invito quindi ad alzare la testa anche in senso civico e politico come ammette lo stesso Orlandi. 
Un lavoro che ancora una volta sorprende per la sua capacità di fondere insieme uno stile cantautorale di matrice progressive alle atmosfere del folk e del jazz. Il tutto in una dimensione onirica teatrale davvero unica.


Una costellazione di emozioni - Voto 7,5


Leggi l'intero articolo su Distorsioni

1. L’Umore
2. Gocce
3. Orsa Maggiore
4. La Pazzia
5. Samaria
6. Tutto L’Amore del Mondo
7. Fiore di Pesco
8. Cavallo
9. Alla Luna

martedì 31 maggio 2011

Harmonium – Si On Avait Besoin D’une Cinquième Saison (1975)

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Mettersi alla ricerca degli album rari degli anni '70 significa spesso imbattersi in noie mortali che si rifanno perlopiù ai grandi classici, e che nulla aggiungono alla storia del rock. Spesso però significa anche ritrovarsi ad ascoltare cose davvero notevoli. Che un disco come questo sia sconosciuto al grande pubblico è davvero un peccato. Ispirato a “Le Quattro Stagioni” di Antonio Vivaldi, l'album si presenta con quattro tracce che rappresentano in sequenza le stagioni dell'anno: "Si on avait besoin d’une cinquième saison" è conosciuto tra gli appassionati più semplicemente con il nome di "Les Cinq Saisons" (Le Cinque Stagioni).
Vert, che si porta dietro tutti i profumi e i colori della primavera; Dixie splende come il sole di agosto; Depuis L'automne è affascinante e malinconica; En Pleine Face rappresenta invece l'inverno e chiude il ciclo delle stagioni lasciando però spazio ad una immaginaria quinta stagione; Histoires Sans Paroles, quasi completamente strumentale, è una suite di 17 minuti ed forse il momento migliore di tutto il disco.
Un disco delicato ed elegante, il secondo della band Canadese e forse anche il loro lavoro più conosciuto. L'album di una maturità che porterà il gruppo ad abbandonare le sonorità folk per spingersi verso un stile più Prog come dimostrerà ad esempio il loro terzo ed ultimo lavoro, "L’Eptade".


Ascolta "Si On Avait Besoin D’une Cinquième Saison"

domenica 20 febbraio 2011

Weed - Weed (1971)

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Tra la pubblicazione di "Salisbury" e "Look At Yourself" degli Uriah Heep, nel 1971, Ken Hensley si recò in Germania per registrare un album per un progetto chiamato Weed.
Anche se all'interno dell'album la line up non compare oltre a Ken Hensley al progetto parteciparono anche membri dei Virus.
Questa è la probabile formazione dei Weed : Ken Hensley - Lead vocals, guitars and keyboards, Peet Becker - Drums, Reinhold Spiegefeld - Bass guitar, Bernd Hohmann - Guitar e Rainer Schnelle - Keyboards
L'album si compone di sei tracce dal sapore Hard Blues e Progressive.
"Weed" è senza dubbio tra le migliori pubblicazioni Krautrock dei primi anni 70.


1- Sweet morning light
2- Lonely ship
3- My dream
4- Slowin' down
5- Before i die
6- Weed

martedì 1 febbraio 2011

Los Jaivas - Los Jaivas (1975)


La corrente Progressive rock nata sul finire degli anni '60, produsse un vero terremoto discografico. Sono davvero innumerevoli le band che si formarono in quel periodo. Il fenomeno interessò in primis l'Europa, per poi spostarsi per il resto dei continenti. Toccò perfino l'America Latina, che già pochi anni prima aveva visto fiorire un numero considerevole di band che si rifacevano alle sonorità del rock statunitense ed inglese. Molte di queste band oggi sembrano trovare una seconda vita. In Cile, i Los Jaivas, attualmente attivi ma con una line up quasi del tutto diversa rispetto all'originale, produssero un progressive evidenziato dalla combinazione di strumenti e ritmi legati alla tradizione della musica cilena. Sono stati spesso considerati come una delle più influenti band del Cile e del Sud America. In oltre quarant'anni di musica i Los Jaivas hanno contaminato la loro musica di jazz, di rock, di avanguardia ma soprattutto di passione. Prima di rifugiarsi in Argentina a causa del colpo di stato militare avvenuto l'11 settembre del 1973, la band produsse in Cile una serie di album: "La Vorágine" (1969-1971), ristampato nel 2004 in un set di 5 cd, "Los Jaivas", conosciuto come El Volantín (1971), "Los Jaivas", conosciuto come La Ventana, y también Todos Juntos (1972), Palomita Blanca (1973) ristampato nel 1992. Una volta in Argentina, nella città di Zarate, insieme al musicista brasiliano Manduka nel 1974 pubblicarono "The American Dream". L'anno successivo, sempre in Argentina, i Los Jaivas pubblicarono questo Il Jaivas , noto come El Indio (1975). Si tratta del loro album più sinfonico. Un disco splendido in cui le tastiere, le chitarre acustiche ed elettriche, i flauti e vari strumenti musicali esotici, colorano l'album di un progressive che molto si avvicina a quello prodotto nello stesso periodo in Italia. Un vero gioiello da riscoprire. Una storia quella dei Los Jaivas che proseguirà per tutti gli anni '80 e '90 e nei primi anni del 2000.


Ascolta "Un Mar de Gente"

giovedì 27 gennaio 2011

Il Volo - Il Volo (1974)

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Quanta bella musica è stata prodotta nell'Italia degli anni '70!
Ascoltando quegli album si ha quasi l'impressione che provengano ormai da un' epoca troppo lontana.
L'avvento del progressive poi vide il nascere di un numero illimitato di formazioni e fu anche una grande occasione per molte band di esportare la musica italiana all'estero. Nacque un vero movimento musicale: il Prog Rock italiano; che vide il nascere di gruppi strepitosi proprio come questo de Il Volo, uno dei più grandi supergruppi italiani di sempre. Alle chitarre c'era l'ex Formula Tre Alberto Radius, al basso Roberto "Bob/Olov" Callero proveniente dagli Osage Tribe e Duello Madre, alla batteria l'ex- Ribelli Gianni dall'Aglio e alla voce Mario Lavezzi, già Camaleonti e Flora Fauna e Cemento. Alle tastiere Gabriele Lorenzi, anch'egli dalla Formula Tre, il maestro-compositore Vince Tempera proveniente dai Pleasure Machine e infine Mogol per i testi.
Una formazione da brividi, quindi, che nel 1974 pubblicò questo disco omonimo, seguito l'anno successivo da un secondo ed ultimo album dal titolo "Essere o non essere? Essere! Essere! Essere!"
Il disco si presenta con un progressive dal suono fresco, mediterraneo, dove non mancano virtuosismi. Il Volo partecipò nello stesso anno alla realizzazione del'album di Lucio Battisti, Anima Latina.


01. Come Una Zanzara
02. La Mia Rivoluzione
03. Il Calore Umano
04. Il Canto Della Preistoria (molecole)
05. I Primi Respiri
06. La Canzone Del Nostro Tempo
07. Sonno
08. Sinfonia Delle Scarpe Da Tennis

Tapiman - Tapiman (1971)



















Essendo molto legati alla tradizione, gli spagnoli hanno avuto spesso un ruolo marginale in ambito rock. Si contano davvero sulle dita di una mano gli album prodotti in Spagna che possano vantare un certo sound. Uno degli album più interessanti che ci arrivano dalla Spagna è questo omonimo "Tapiman". Pubblicato il 1971, Tapiman è un album che si muove tra prog e hard Rock. La band dei Tapiman era formata da tre elementi José María Vilaseca "Tapi" alla batteria, Pepe Fernández al basso e Joaquim "Max" Sunyer alla chitarra. Quest'ultimo grazie al suo stile versatile era la vera colonna portante del trio.

Ascolta "Wrong World"

mercoledì 26 gennaio 2011

Bull Angus - Bull Angus (1971)

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Si sente e come l'influenza dei Grand Funk Railroad !
Disco di esordio omonimo per gli americani Bull Angus.
Formati da Geno Charles (drums), Larry LaFalce (lead guitar, vocals), Dino Paolillo (lead guitar, vocals), Frankie Previte (vocals, recorder, percussion), Ron Piccolo (organ, piano, vocals)e Lenny Venditti (bass).
Questo Bull Angus del 1971 è un disco di matrice Hard Rock che si apre spesso a divagazioni quasi prog rock.
Il nome della band è ispirato alla razza bovina che veniva allevata nei pressi di un fienile che avevano fittato per le prove.
Dopo il secondo album "Free For All" e lo scarso interesse del pubblico la band decise di sciogliersi.
Dei membri solo Frankie Previte trovò in futuro il successo con la colonna sonora di Dirty Dancing. film statunitense del 1987, diretto da Emile Ardolino.


01 - Run Don´t Stop
02 - Mother´s Favourite Lover (Marg
03 - Uncle Dugie´s Fun Bus Ride
04 - A Time Like Ours
05 - Miss Casey
06 - Pot Of Gold
07 - Cy
08 - No Cream For The Mad

martedì 11 gennaio 2011

Armaggedon - Armaggedon (1970)

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Girando per il pianeta Krautrock si rischia spesso di imbattersi in qualche capolavoro.
Questo omonimo esordio dei tedeschi Armaggedon è un maestoso album heavy progressive, dai riff aggressivi e vertiginosi.
L'album fu pubblicato nel 1970 e il poco interesse del pubblico nei confronti della band spinse i tedeschi allo scioglimento.
Negli ultimi anni, anche grazie alla rete, l'interesse per questo album è salita
sempre più.

01. Round
02. Open
03. Oh Man
04. Rice Pudding
05. People Talking
06. Better By You, Better Than Me

@

High Tide - Sea Shanties (1969)

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La prima volta che ascoltai Sea Shanties degli HIGH TIDE rimasi completamente esterefatto.
Sorpreso dalla modernità del suono ero perplesso sul fatto che questo disco poteva essere stato pubblicato nel 1969.
Avuta la conferma che cercavo non ho potuto fare a meno di inserire questo stupendo disco tra i miei migliori album di sempre.
Sea Shanties è il primo lavoro degli HIGH TIDE, band inglese fondata da Tony Hill, Simon House, Pete Pavli e Roger Hadden.
Il solo inizio di "Futilist's Lament" lascia a bocca aperta: il suono della chitarra di Hill è spaventoso. I riff che ne escono sono semplicemente incredibili e non hanno nulla da invidiare ai Cream e ad Hendrix.
Il secondo brano, "Death Warmed Up", è un autentico capolavoro. In nove minuti un labirinto sonoro investe le vostre menti. La chitarra ed il violino creano delle vere e proprie vertigini musicali.
Le tracce che seguono sono la conferma di un disco unico per il suo tempo.
Un disco fondamentale se si vuole capire come si è arrivati al prog metal e derivati, perfetto interprete della sua epoca musicale che suona ancora fresco ed incredibilmente potente ancora oggi.
Secondo me tra gli album più belli del periodo progressivo.
Una vera pietra miliare del rock.

01-Futilist's Lament
02-Death Warmed Up
03-Pushed, But Not Forgotten
04-Walking Down Their Outlook
05-Missing Out
06-Nowhere

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