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domenica 12 giugno 2016

Clemente - Canzoni nel cassetto

















Sono ben quattro gli anni che separano questo "Canzoni nel cassetto" dal precedente "Davvero". Antonio Clemente torna quindi dopo una lunga pausa con un disco che esce per la sempre attenta Controrecords di Davide Tosches. L' album in questione raccoglie alcune tra le prime canzoni dell' autore nato e cresciuto a Trapani e ora di stanza a Genova. 13 brani (più una ghost track) custoditi da tempo, che ora vedono la luce per comporre un disco che, a detta dell' autore, è prima di tutto un album di riconciliazione con le sue origini siciliane. Ad accompagnare Antonio c'è un gruppo di tutto rispetto composto Fabrizio Zingaro (pianoforte, synth, percussioni, basso), Manuel Perasso (pianoforte, synth, diamonica, chitarra elettrica), Maria Teresa Clemente e Alice Nappi (violino) Paolo Magnani (armonica, chitarra acustica), Andrea Carozzo (fisarmonica), Luca Falomi (chitarra acustica ed elettrica) e Talitha Knight (cori). La ricetta è ben collaudata: canzoni essenziali, ricamate da un lirismo intimo e una ricerca melodica che spazia tra pop, folk e la più classica canzone d'autore italiana. Raffinato ed elegante ad ogni passaggio, questo secondo lavoro ci piazza davanti una manciata di canzoni limpide, sincere, che hanno il potere di aggrapparsi al cuore al primo ascolto. C'è poi un aria nostalgica che regola l' intero disco. L' essenziale, Piccole emozioni, Alla difesa dei sogni, Non è un gioco, La libertà sono tra le cose migliori di un lavoro ispirato. Registrato tra Sicilia e Liguria, "Canzoni nel cassetto" è un disco che funziona dall' inizio alla fine.

Intimo 7.2

venerdì 8 aprile 2016

Andrew Bird - Are You Serious


















Chiedetemi di stilare una classifica dei più bravi cantautori contemporanei e il nome di Andrew Bird figurerebbe almeno tra i primi cinque. Il fatto è che il ragazzo praticamente raramente ha sbagliato un disco. Qualche punto debole lo mostrava forse "Things Are Really Great Here, Sort Of..." con le riletture di brani degli Handsome Family. Lo avevamo lasciato pochi mesi fa alle prese con lo strumentale "Echolocations: Canyon" e lo ritroviamo oggi a fare ciò che gli riesce meglio: scrivere piccoli gioielli pop. E la partenza di Capsized  conferma quanto appena detto. "Are You Serious" è la decima tappa nella ormai imperdibile discografia dell' autore americano, e si guadagna fin da subito un posto nel cuore e nella testa presentandosi in due diverse versioni deluxe; la prima con in aggiunta un 7 pollici e l' altra un EP di inediti accompagnati da più un libretto di 64 pagine con l' artwork di ogni traccia in scaletta. Se poi aggiungiamo che il disco è praticamente bellissimo dall' inizio alla fine e si impreziosisce anche della collaborazione di Fiona Apple (Left-Handed Kisses), il risultato che avremo è quello di un prodotto imperdibile. Folk ricamato su tessuti pop. Non mancano momenti delicati, sfumature world, virtuosismi e spunti inaspettati. Una scrittura fresca e sempre attenta, guidata da una strumentazione brillante, associata a una produzione impeccabile, fanno di questo decimo album uno dei lavori meglio riusciti dell' intera avventura. Se la giocano canzoni strabilianti come Roma Fade, Puma, Are You Serious, Saints Preservus, The New Saint Jude. 

Formidabile | 8





martedì 8 marzo 2016

Matt Elliott - The Calm Before

L' unico difetto che si potrebbe attribuire ai suoi dischi, è che a un certo punto terminano. Ancora Matt Elliott. Ancora un grande album. Ancora il cuore che va in frantumi. A tre anni di distanza da "Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart", lavoro che fin dal titolo delineava uno scenario meno oscuro rispetto alle opere precedenti, il cantautore di Bristol imbraccia nuovamente la chitarra e torna a imprimere sul pentagramma note di struggente impatto. "The Calm Before si riferisce naturalmente all’ espressione “the calm before the storm” (la quiete dopo la tempesta). La canzone in sé parla di quei momenti della vita sconvolti da una tempesta, sia essa una circostanza, una persona o un mix di sensazioni, turbolenze, problemi che si trascinano, ma una tempesta porta anche qualcos’ altro con sé, pulisce e rischiara l’aria e può spingerti verso nuove situazioni". Una dichiarazione d' intenti, così potremmo interpretare queste parole, che servono fin da subito a chiarire una cosa: "The Calm Before" è un disco commovente, ricco di sfumature e fatto anche di luce. Ma si tratta pur sempre di una luce flebile, filtrata da quelle nuvole che aleggiano in copertina. Nuvole padroneggiate dal vento; quel vento che soffia in A Beginning, nella title track e che ritroviamo poi nel finale di The Allegory of the Cave. Al suo settimo appuntamento, Matt Elliott si presenta più ispirato che mai. Ma non solo: decide anche questa volta di puntare tutto su virtuosismi sonori influenzati da una certa musica dei paesi europei e mediterranei; ma anche ad armonie vicine alla musica neo classica (vedi la seconda parte di Calm Before e il finale di I Only Wanted to Give You Everything The Allegory of the Cave). Ci si ritrova di fronte a tempeste sonore governate da melodie struggenti volte a formare un paesaggio malinconico di brulicante splendore. Abilità e fragilità si intrecciano formando un memorabile affresco composto da canzoni pronte a deformarsi e a dilatarsi alla ricerca di soluzioni originali e combinazioni incantevoli. Il tutto ha però un respiro diverso rispetto al passato. E in tal senso gli archi e il pianoforte giocano un ruolo fondamentale. "The Calm Before" è un album sincero, passionale. Un diluvio di magnificenza da far tremare le vene. L' ennesimo tassello di una discografia di estrema importanza. Ascoltarlo senza che i brividi prendano il sopravvento è quasi impossibile. Da custodire come un tesoro.

Drammatica bellezza | 9

giovedì 25 febbraio 2016

Damien Jurado - Visions Of Us On The Land


















Al quarto lavoro insieme Damien Jurado e Richard Swift non perdono colpi e pubblicano l'ennesimo grande album. "Visions of Us On The Land" è il terzo ed ultimo capitolo di una trilogia iniziata con "Maraqopa" e proseguita con "Brothers and Sisters of the Eternal Son". Ma è soprattutto un disco importante, intenso, che porta a compimento una ricerca sonora iniziata nel 2010 con "Saint Bartlett", il primo dei quattro lavori con Swift in cabina di regia. Siamo di fronte a quella che ad oggi risulta essere l' opera più complessa di Jurado da sei anni a questa parte. Protagonista del disco è ancora una volta il viaggio intrapreso da un uomo alla ricerca di se stesso. 17 brani in scaletta per poco più di 52 minuti di musica. Si spazia tra un folk onirico arricchito di spasmi psichedelici, fuzz cangianti e momenti per lo più acustici. Il tutto immerso in un riverbero liquido, funzionale. Canzoni che percorrono traiettorie siderali, sapientemente costruite e sempre ispirate. Una ricerca melodica fatta di squarci rarefatti e soluzioni esemplari. Si pensi alla tensione vertiginosa di November 20, alle suggestioni latine di Mellow Blue Polka Dot, QACHINA e Lon Bella, al pop mistico di ONALASKA, ai sussulti elettronici di Sam & Devy, alla versatilità di TAQOMA, al suono totale di Exit 353, alla delicatezza di brani come Prisms, Queen Anne e Kola. Meno omogeneo ma più audace dal punto di vista sonoro rispetto al precedente,"Visions of Us On The Land" splende per tutta la sua durata e si espande combinando in modo originale strumenti elettronici e acustici. Non vi è motivo alcuno per non inserire il nome di Jurado tra i grandi cantautori della nostra epoca. Almeno io non riesco a trovarne nemmeno uno. 

Brillante | 8.4


venerdì 22 gennaio 2016

Ty Segall - Emotional Mugger


















Detto tra noi, non vorrei essere nei panni di chi un giorno dovrà mettere su carta l'intera opera di Ty Segall con tanto di collaborazioni e quant'altro. Lo sappiamo bene: il ragazzo non riesce a starsene con le mani in mano. Neanche il tempo di concludere il nuovo album con i Fuzz che già è pronto il suo ottavo disco da solista. Insomma: una fertilità compositiva da far impallidire chiunque. "Emotional Mugger" è ancora una volta un lavoro riuscito. Bastano i primi 3 minuti scarsi di Squealer per capire quanto la musica del musicista americano stia man mano assumendo una forma precisa, in bilico tra garage, psichedelia, glam, pop e hard rock. Una centrifuga capace di risucchiare al suo interno influenze di vario genere per poi sputare fuori qualcosa di sempre diverso, potente e, volendo, anche ambizioso. Succede quindi che gli undici brani contenuti nel nuovo disco siano tra le cose migliori e più folli prodotte finora da Ty. Un crescendo di melodie al servizio di chitarre al massimo della distorsione. California HillsEmotional Mugger/Leopard Priestess e Diversion sono regolate da un tasso di potenza capace di procurare energia ad un intero isolato. Ci sono poi le cantilene sbilenche di Mandy Cream e Squealer Two, il garage futurista di Candy Sam e un finale con The Magazine che proprio non ti aspetti. In definitiva: 38 minuti che reggono bene ad ogni passaggio.

Alieno | 7.8

Streaming


giovedì 3 dicembre 2015

Giancarlo Frigieri - Troppo Tardi

Nel libretto interno a un certo punto appare la scritta "Ascoltare a volume alto". Ciò accade prima che arrivi Il Chiodo, brano che si apre così: "Il sale delle lacrime a volte sembra dolce. Ed è qui che iniziano i guai". Giancarlo Frigieri è uno di quelli bravi, soprattutto con le parole. La conferma arriva da queste splendide otto canzoni, che vanno a comporre il settimo album da solista pubblicato dal 2006 ad oggi. Messi alle spalle i progetti Julie’s Haircut e Joe Leaman, Frigieri intraprende una carriera solista di tutto rispetto che lo vede impegnato sul fronte della canzone d'autore. I primi due album in inglese. Poi nel 2009 il passaggio alla lingua italiana. L' autore emiliano oggi si dimostra ancora una volta abile nel saper infondere energia alle proprie composizioni. Dal precedente "Distacco" è trascorso poco più di un anno, il tempo opportuno per ritrovare l' ispirazione. "Troppo Tardi" è un disco intenso, robusto, incisivo nei testi e nelle composizioni. Il nostro si arma solo di chitarra, voce e qualche effetto analogico, intagliando una raccolta di brani che all' occorrenza sanno essere feroci e intimi. Si pensi al noise dell' iniziale Nakamura e alla delicatezza di Galleria. C'è poi un forte senso di libertà a regolare l' intero lavoro. In tal senso Elicotteri e Cani, con quelle chitarre taglienti in distorsione, è uno dei momenti migliori del disco. Frigieri si muove con agilità, districandosi tra folk rock e la più classica canzone d'autore italiana. Fa tutto nel modo migliore possibile, usando cinismo, rabbia e sarcasmo, elementi che si annidano anche tra le melodie affabili di Nel Mondo che Fremo e Il Limite. La qualità è sempre alta; il suono sempre smagliante. Lo dimostrano sul finire la splendida Motivi Familiari e l' incisiva Fiori. A sigillare il disco arriva Il Chiodo, brano in cui la sapiente scrittura dell' artista romagnolo vive il suo apice grazie  a parole che si conficcano dritte al cuore. Chitarre e voci, quindi, sono gli unici strumenti con il quale Frigieri costruisce l' intero lavoro. Un disco tutto incentrato su un tema importante: la sconfitta, che è anche - e soprattutto - un modo per ripartire.

Tagliente | 7.5



giovedì 26 novembre 2015

Robert Forster - Songs To Play


















La proposta è ancora una volta quella di un songwriting peculiare e di elevata eleganza. Robert Forster impiega ben sette anni per il suo ritorno. Lo avevamo lasciato infatti con "The Evangelist", che giungeva nei negozi di dischi a poco tempo di distanza dalla scomparsa dell' amico di avventure Grant McLennan. Nei sette anni che separano i due lavori, Forster ha scritto libri e si è occupato persino di critica musicale. Una volta tornato a vivere nel Queensland, riprende in mano la chitarra per occuparsi di quello che gli riesce meglio: scrivere bellissime canzoni. In "Songs To Play" ne troviamo dieci, una meglio dell' altra. Dall' inizio folgorante di Learn To Burn al folk pop di Let Me Imagine You; dagli spasmi spanish di Songwriters On the Run alla delicata And I Knew. Fanno centro pieno: il pop tex-mex di A Poet Walks, la bossanova angolare di Love Is Where It Is, la nostalgia crepuscolare di Turn On The Rain e il finale struggente di Disaster Motion. L' ex Go-Betweens non tradisce le aspettative e dà vita a un lavoro tanto bello da creare dipendenza, capace di incollare l' ascoltatore alla sedia grazie a una scrittura sagace, costituita da una brillante ossatura pop dal tiro micidiale. Il disco è stato realizzato presso uno studio di registrazione nei pressi di Brisbane e ha visto la collaborazione della moglie Karin Baumler e di due amici di vecchia data come Scott Bramley e Luke McDonald. Da far impallidire un' intera schiera di giovani songwriter.

Brillante | 8

lunedì 16 novembre 2015

Julia Holter - Have You In My Wilderness


















Quelle di Julia Holter sono canzoni di cristallo forgiate da mani sapienti, forti di un linguaggio unico e personale. “Have You In My Wilderness” arriva a 3 anni di distanza dal disco precedente e si presenta in tutta la sua bellezza, vantando un suono tanto fragile che a tratti sembra scivolarci tra le mani. Quelle ritmiche quasi sempre abbozzate e quella sensazione di eterna leggerezza, si specchiano in arpeggi morbidi accomodati su tessuti astrali. Un lavoro articolato, fatto di arrangiamenti ariosi che vedono tra l' altro l' impiego di contrabbasso, clavicembali, sax e pianoforti. Il risultato è tutto un susseguirsi di brani che si muovono su equilibri sottili e melodie vaporose. Solitudine e assenza. Splendore e incanto. Un oceano in calma apparente attraversato da folk, pop, jazz, elettronica. La composizione classica si sposa con la melodia creando un paesaggio sonoro suggestivo e romantico. La Holter dispiega tutto il suo potenziale, e ciò che ne viene fuori è qualcosa destinato a rimanere negli anni. La dimostrazione è tutta racchiusa nella bellezza di queste 10 gemme. E credetemi: risulta difficile indicarne il momento migliore. L' impressione è quella di immergersi tra le geometrie complesse di Laurie Anderson e le atmosfere oniriche dei Sigur Ros.; tra le fascinazioni ancestrali di Joanna Newsom e gli slanci melodici di Kate Bush. Sfuggente, elegante, intima. La musica di Julia Holter vive di ambizioni, di ricerca, di intuizioni. Non resta che inchinarsi dinanzi a tanta grazia.

Puro incanto | 8.5

martedì 3 novembre 2015

Jono McCleery - Pagodes


















Novembre sembra essere il mese migliore per iniziare a stilare la solita classifica di fine anno. Il terzo album di Jono McCleery è arrivato nei negozi già da qualche settimana e si appresta a mettere in discussione tale classifica; almeno nel mio caso. La partenza è straziante: This Idea of Us dispiega atmosfere malinconiche, avvolgenti, che sul finire esplodono in un vortice in cui sono impiegati gli archi e tonnellate di tensione. E diventa inevitabile non pensare alla celebre Day is Done e a tutto ciò che circonda la musica di Nick Drake. Ma nelle corde di Jono McCleery ci sono anche Robert Wyatt, John Martyn, Terry Callier, James Blake, Fink, Chet Faker. Accade quindi che un brano acustico come Age of Self lasci spazio alle sfumature dub step di Since I e al soul marziano di Painted Blue. Ballade si muove ancora sulle coordinate di un soul intimo, aggiungendo un' efficacia ritmica sostenuta da chitarre in lontananza e un pianoforte che sembra interrompersi per poi ripartire ogni volta. Clarity è gospel spaziale, mentre Halfway è un onirico r&b che annega tra tastiere e archi possenti. In Bet She Does Jono decide di spogliarsi di tutto per presentarsi solo voce e chitarra, mentre in  Fire in My Hands si accomoda al pianoforte per una ballata celestiale. Desperate Measure e Pardon Me non aggiungono tanto, ma il finale di So Long è di quelli che lascia il segno. Jono McCleery mette in piedi un disco riuscitissimo. Personale e raffinato. Affascinante e drammatico; capace di incasellare soul, folk, pop ed elettronica sotto un unico tetto, con loop e riverberi trattati in modo equilibrato. Ottimo anche il lavoro di produzione.

Malinconico  | 8



giovedì 24 settembre 2015

Sam Cohen - Cool It


















Finora pare proprio che di Sam Cohen si siano accorti in pochi. Anzi, in pochissimi. Samuel Benjamin Cohen, questo il nome completo, è un cantautore polistrumentista residente a Brooklyn. Alle spalle un passato come membro fondatore degli Apollo Sunshine e dei Yellowbirds. Ci sono poi alcune collaborazione importanti con Joseph Arthur, Norah Jones, etc. Nato e cresciuto tra le terre del Texas, e poi trasferitosi a Boston, il giovane autore sceglie oggi di mettere tutte le carte in tavola. Il risultato è questo "Cool It", disco sinuoso, smagliante, a metà strada tra Lennon, Dylan e Donovan. Sam fa quasi tutto da solo; e lo fa nel modo migliore possibile, cercando un punto d' incontro tra una psichedelia di stampo british e la più classica ballata americana. Canzoni dense, che al tempo stesso paiono leggere, fluttuanti, imbastite da chitarre acide, melodie narcotiche e tastiere possenti. E sono proprio queste ultime a catturare l' attenzione dell' ascoltatore. A colpire è anche l' accessibilità di brani sapienti e ben organizzati, bagnati da riverberi e da un approccio in bassa fedeltà. Ci sono spunti interessanti, quindi, ma i momenti migliori arrivano con  Pretty Lights, The Garden, Kepler 62, Eldorado. Sam Cohen elabora un disco fascinoso, sintetizzando un songwriting già abbastanza maturo; una formula ben precisa che richiede solo di essere perfezionata ancora un poco. Un pizzico di coraggio in più e sarà magia.

Suadente | 7.5

giovedì 17 settembre 2015

Jim O' Rourke - Simple Songs


















Un' immagine di spalle, come a volersi porre ancora una volta in disparte. Il curriculum di Jim O' Rourke conta innumerevoli collaborazioni. Una sfilza di produzioni a fianco di gente come, Thurston Moore, Oren Ambarchi, i Wilco, giusto per fare qualche nome. Sperimentatore, produttore, musicista poliedrico, O' Rourke, che da anni si muove dietro le quinte, non è uno a cui piace stare lì con le mani in mano. Stabilitosi definitivamente a Tokio, il polistrumentista americano torna dopo la trilogia ispirata al cinema di Nicolas Roeg con un disco il cui titolo è una chiara dichiarazione di intenti. "Simple Songs" non fa altro che aggiungere l' ennesimo tassello alla storia musicale di uno dei personaggi più affascinanti della scena alternativa americana. Tutto gira intorno a canzoni semplici, o per meglio dire: semplicemente belle; meticolose e arrangiate in modo superbo. Ci sono gli archi, le chitarre, i pianoforti, i fiati. O' Rourke ci mette il cuore, costruendo con sapienza una serie di composizioni capaci di spaziare tra folk rock, progressive e pop orchestrale. Un puzzle in cui nulla risulta essere al posto sbagliato. Si inizia con l' ombra di Cat Stevens che aleggia su Friends with Benefits e Half Life Crisis, per poi passare alle trame prog di That Weekend e Last Year. Nell' accoppiata Hotel Blue e These Hands Jim lavora sulle corde della malinconia. Il risultato è una morsa allo stomaco. Stessa cosa per la dolente End of the Road, in cui l' influenza della tipica ballata in stile Genesis si fa ora molto più evidente. Il finale di  All Your Love è un tripudio di classe che veste i panni di un brano la cui direzione prende forme inaspettate. Un crescendo musicale al servizio della melodia.

Ispirato | 8

martedì 8 settembre 2015

Chelsea Wolfe - Abyss

Il consiglio è quello di chiudere gli occhi e lasciarsi trasportate dalle acque torbide di "Abyss". Il nuovo album firmato Chelsea Wolfe si presenta con un' incantevole copertina realizzata con tecnica pittorica da Henrik Uldalen, e dischiude tutto il potenziale finora messo in mostra dall' autrice californiana, inserendosi di diritto tra i lavori meglio riusciti dell' intero filone gotico. Registrato a Dallas, in Texas, con John Congleton in cabina di regia e la collaborazione di musicisti come Ben Chisholm, Dylan Fujioka, Ezra Buchla, e Mike Sullivan, "Abyss" segue il fortunato "Pain Is Beauty", 2013. Il percorso di Chelsea Wolfe giunge a compimento, e ciò che ne deriva è un album nero come la pece; un continuo sprofondare tra labirinti oscuri e sogni apocalittici. Gothic folk, post punk, noise, sludge metal si mescolano al cospetto di un suono metallico, glaciale. La partenza è da brividi lungo la schiena: Carrion Flowers sprigiona un' energia impregnata di pathos. Roba da togliere il fiato. L' impatto industrial pare essere la strategia con cui la cantautrice americana disegna un disco capace di incorporare al suo interno un paesaggio sonoro di inenarrabile fascino, fatto di romanticismo, fragilità, solitudine, paura, sofferenza. Tutte sensazioni che prendono vita sotto forma di 11 tracce da cui sembra impossibile slegarsi. Brani come Iron Moon e Dragged Out deflagrano in ipnotiche scosse sludge, mentre Maw varca i sentieri di uno shoegaze spettrale; Grey Day si muove su beat ossessivi, mentre After The Fall è una splendida canzone d' amore che sembra provenire da un futuro remoto fatto di macerie; con Crazy Love la Wolfe si avvicina alle sonorità tipiche di Marissa Nadler, innescando sensazioni impregnate di nostalgia. Ma la tensione non tende a calare, perché Simple Death si carica di dolore, prima di lasciare spazio ai sussulti elettronici di Survive e Color Of Blood. Il finale della title track è tutto un crescendo di tensione giocato su archi e voce. Album della maturità, quindi, dal quale si esce con cicatrici evidenti; un lavoro che a detta dell' autrice si presenta come una sorta di viaggio trascendentale tra subconscio e materia sognante, in cui rumore e tensione spirituale trovano il giusto equilibrio. Stupefacente quanto ammaliante.
Non resta che inchinarsi dinanzi a tanta bellezza.

Lacerante | 9

mercoledì 5 agosto 2015

Flo Morrissey - Tomorrow Will Be Beautiful


















Sguardo angelico, viso da bambina e voce soave. Questa è Flo Morrissey. Il debito nei confronti di Marissa Nadler è la prima cosa che salta all' orecchio; ma mentre la prima costruisce con sapienza canzoni dai fotogrammi in bianco e nero, Flo Morrissey ha la capacità di inondare di colori le sue composizioni. C'è anche qualcosa della prima Kate Bush e dell' ultima Sharon Van Etten a rendere il tutto estremamente accattivante. "Tomorrow Will Be Beautiful" è il disco di esordio della giovane cantautrice folk. Flo Morrissey, classe 1994, seconda di nove figli, arriva a questo esordio passando attraverso diversi canali virtuali. È la Glassnote Records a mettere su disco i sogni della giovane londinese. Si tratta di un lavoro armonioso, glaciale ma al tempo stesso avvolgente. Tutto procede lungo un flusso onirico di canzoni languide, tra arrangiamenti ariosi e una produzione di ottimo livello. Chitarra acustica alla mano, pianoforte in lontananza, archi, fiati. Il tutto a servizio di una scrittura sagace anche se un po' derivata.  Diventa però difficile trovarci qualcosa fuori posto: canzoni come Show Me, Pages of Gold, Sleeplessy Dreaming, Wildflower, Why non nascono certo per caso. Attorno a questi 10 brani ruotano melodie spettrali dal sapore malinconico; sussurri pischedelici narrati con estrema delicatezza. È il caso di iniziare ad inserire il suo nome tra le promesse future.

Incanto | 7.6

martedì 28 luglio 2015

Bill Fay - Who Is The Sender?


















Quando Bill Fay posa le mani sul pianoforte, ciò che ne viene fuori è sempre qualcosa di estremamente emozionante. La storia ormai la conosciamo tutti: due bellissimi album nei primi anni '70; poi il silenzio. Il ritorno avviene a distanza di oltre 40 anni, nel 2012, con “Life Is People”, disco splendido sotto tutti i punti di vista. Oggi Bill è pronto a spalancare nuovamente le porte del cuore. L' inizio è da pelle d'oca: The Geese Are Flying Westward manda in frantumi il cuore in pochi secondi. Segue War Machine, un brano tanto intenso da far mancare il fiato. Poi arriva How Little e lo stomaco si contrae dal dolore. È chiaro che quello che ci troviamo davanti non è un semplice disco, ma un vero inno alla bellezza; e Underneath The Sun ne è la piena conferma. È il pianoforte l' elemento su cui Bill tesse una trama di canzoni che parlano all' anima; brani che si attaccano alla pelle fin da subito. Avvolgente, intimo, "Who Is The Sender?", grazie ad arrangiamenti orchestrali efficaci e ambiziosi, si presenta come il lavoro più curato dell' artista londinese. Il resto è tutto nelle mani di composizioni brillanti, introspettive, che annegano in una malinconia incontaminata. Le 10 canzoni compongono un affresco sonoro commovente: dalla prima all' ultima traccia, Bill ci conduce attraverso i vicoli della solitudine, creando una musica carica di pathos che egli stesso definisce alternative gospel. Al nuovo album, tra l' altro, collaborano gli stessi musicisti che avevano contribuito alla stesure del disco precedente, con Joshua Henry ancora una volta in veste di produttore. 54 minuti di assoluto splendore per un disco su cui brilla l' insegna capolavoro.

Disarmante | 9

giovedì 23 luglio 2015

Summer Fiction - Himalaya


















La corsa al disco pop dell' anno si conclude qui, con il secondo album di Summer Fiction, progetto dietro al quale si nasconde la penna di Bill Ricchini, autore di Philadelphia che già qualche anno fa si era fatto notare grazie a due piacevoli album, "Ordinary Time" (2002) e Tonight I Burn Brightly" (2006), entrambi pubblicati a suo nome. Il progetto Summer Fiction nasce nel 2011 con un primo album omonimo. Oggi arriva questo "Himalaya", disco che praticamente entra di diritto tra le cose migliori ascoltate quest'anno. Prodotto da B.C. Camplight e Joe Lambert, "Himalaya" offre una selezione di canzoni da sciogliere il cuore. Pop ricoperto di miele, per dirla in modo semplice. Succede in modo inatteso: On and On, Dirty Blonde, Perfume Paper, Lauren Lorraine, Genevieve, Religion of Mine, Be my Side, sono di una bellezza accecante. L' impressione è quella di trovarsi in riva al mare, persi tra i ricordi di un tempo lontano. Si passa dai Beach Boys ai Beatles; dai Felt ai Belle and Sebastian. Il tutto sembra ripartire dal precedente lavoro. E così ancora una volta si sprigionano profumi inebrianti, melodie al limite tra sogni e nostalgia, arrangiamenti ariosi, armonie cariche di fascino, cori, controcanti. Tutto al servizio di una scrittura spontanea, sagace, che cattura al primo ascolto, forte di una produzione sempre equilibrata in cui tutto trova il giusto incastro. 32 minuti per respirate a pieni polmoni. Splendida anche la copertina.

Colpo di fulmine | 8

martedì 21 luglio 2015

Johnny Dowd - That’s Your Wife On The Back Of My Horse

Già lo scorso anno ho provato a parlarvi di Johnny Dowd; anche con ottimi risultati, direi. Fatto sta che quella recensione finisce dritta tra le mani dell' autore che dopo qualche mese mi contatta e mi spedisce il nuovo album. Chiusa questa piccola parentesi anche personale, torno nuovamente a raccontarvi di un personaggio che in Italia è ancora inspiegabilmente sconosciuto. Alla soglia dei 70 anni, Johnny, texano di nascita e stabilitosi a New York dal 1965, ha alle spalle una carriera come componente nei Jokers e nei  Neon Baptist. Johnny è uno ancora capace di grandi sorprese. Ne è prova questo tredicesimo album in carriera, lavoro in cui l' artista americano propone nuovamente una miscela esplosiva di rock bizzarro quanto geniale. Sì, perché il signor Dowd ha un talento irrefrenabile e nella sua musica ci fa entrare di tutto: dal punk, all' elettronica; dal folk al funky; dal garage al blues. E così via. Insomma: Johnny è uno con le palle. "That’s Your Wife On The Back Of My Horse" viaggia sui binari di un' elettronica mutevole, sintetica, e stupisce per potenze e freschezza. Tutto gira attorno a ritmi e pulsazioni roboanti. Per l' occasione pare che Johnny abbia rispolverato una vecchia drum machine usata per il suo primo album, quel “Wrong side of Memphis” che getterà le basi per il suo stile unico e ineguagliabile. "That’s Your Wife On The Back Of My Horse" si presenta come un disco forte ancora una volta di un umorismo personale e un sound variegato e poco catalogabile. L' inizio è di quelli che servono a mettere in chiaro le cose; giusto per preparare l' ascoltatore ad essere travolto dai beats e dalle chitarre distorte di White Dolemite e dai riff oscuri di Cadillac Hearse. Tocca poi a The Devil Don't Bother Me, uno di quei brani capaci di far tremare l' appartamento, mentre Empty Purse è puro blues alieno. Johnny trova anche il tempo per una docile ballata come Why?. Arrivano poi in sequenza: Sunglasses, Nasty Mouth, Words Are Birds e l' impressione è quella di essere approdati su un pianeta lontano. Il resto del disco non si discosta tanto da queste sensazioni. I paragoni con Zappa, Lou Reed e Captain Beefheart sono inevitabili e per niente esagerati. Il resto, poi, sta a voi deciderlo.

Alieno | 7.8






giovedì 16 luglio 2015

Jenny Lysander - Northen Folk


















Jenny ha solo 21 anni; e a 21 anni tirare fuori un disco del genere non è certo cosa da tutti. "Northen Folk" è fin dal titolo una dichiarazione d' intenti, e sembra uno di quei dischi dimenticati e poi riscoperti; un lavoro appartenete a un' epoca ormai lontana. Jenny nasce a Stoccolma, e già all' età di 13 anni impara a suonare la chitarra e inizia a scrivere le sue prime canzoni; e con queste inizia a girare per il mondo, portando avanti allo stesso tempo gli studi di filosofia cinese. Incrocia sulla sua strada Piers Faccini che, colpito dalle capacità della giovane cantautrice, decide di produrre e pubblicare tramite la sua etichetta l' EP di esordio, "Lighthopuse EP", composto da soli 4 brani che oggi troviamo inseriti in questo vero primo album.  È ancora la produzione di Faccini a dare vita ad un progetto la cui maturità lascia a tratti senza fiato: canzoni delicate, ricche di sfumature soavi, capaci di trasportare l' ascoltatore lungo paesaggi in bilico tra sogno e nostalgia. La giovane cantautrice svedese dimostra classe, eleganza, autorevolezza, destreggiandosi con disarmane semplicità tra atmosfere folk e jazz. Un senso di magia aleggia per tutta la durata del disco.  E così vengono fuori incantevoli ballate animate da un soffio di malinconia nordica, il tutto incorniciato da archi e fiati estremamente funzionali. Il risultato è più che convincente e fa di questo primo album un gioiello di puro candore.

Seta | 8

lunedì 22 giugno 2015

Toro Y Moi - What For?


















Chaz Bundick è ormai da annoverare tra le più belle realtà musicali dei nostri tempi. Chaz Bundick è anche uno che pubblica un disco dietro l' altro, con una frequenza che lascia davvero attoniti. Ma ciò che davvero stupisce è la capacità di riuscire sempre a cambiare registro non risultando mai banale, passando così dal pop alla chill wave; dalla house all' r&b. Messo alle spalle il progetto elettronico col moniker Lee Lins, Toro Y Moi torna con una perla dal sapore nostalgico. Per "What For?" il musicista statunitense si affida ad una sorta di funky psichedelico, tirando fuori 10 composizioni fresche, brillanti, che si fanno ascoltare con estremo piacere. Toro sfoggia chitarre acide, ritmi lussureggianti, melodie sognanti dall' eco beatlesiano, rivelando una ricchezza di suoni a dir poco inebriante. Al limite tra il soul psichedelico di Shuggie Otis e il pop spaziale dei Tame Impala. Il tutto confezionato con cura ed estrema eleganza. Quello di Bundick è un eclettismo musicale capace ancora una volta di stupire  l'ascoltatore, tanto che What You Want, BuffaloEmpty Nester sono brani che proprio non ti aspetti. Il resto si fa apprezzare senza se e senza ma. In conclusione potremmo affermare che "What For?" è un disco da assaporare lentamente, e si inserisce a tutti gli effetti tra i lavori meglio riusciti di Toro Y Moi.  Non un disco per ballare, ma per viaggiare.

Godibile | 7.8

lunedì 15 giugno 2015

Jacco Gardner - Hypnophobia


















Rieccoci catapultati nel magico mondo psichedelico di Jacco Gardner. Che il giovane autore olandese avesse classe da vendere lo avevamo già intuito qualche anno fa. Ma ciò che forse non avevamo in mente, è che Jacco, al suo secondo atto, avrebbe tirato fuori un disco ancor più bello del precedente. L' autore nativo di Hoogeveen, giunge così alla sua seconda prova a distanza di due anni dall' incantevole "Cabinet of Curiosity". Stando ai fatti, Jacco si pone a tutti gli effetti come uno degli autori più importanti di questi ultimi anni. La conferma arriva da un disco praticamente bellissimo. In "Hypnophobia" convivono trasversalmente ancora una volta lo spirito malinconico di Nick Drake, quello psichedelico di Syd Barrett e quello dinamico dei Beatles. Tutto il disco è un flusso immagnifico di suggestioni sofisticate; un susseguirsi di armonie multiformi e ritmi che esplodono in mille colori. Quello di Gardgner è un songwriting onirico, frizzante. È pop barocco distillato in una sequenza vorticosa di brani ricchi di arrangiamenti esemplari (tamburi, flauto, clarinetto, organo e clavicembalo, optigan, mellotron). Rispetto al disco di esordio le melodie si addolciscono e sembrano trovare più spazio, riuscendo meglio a collocarsi in un quadro sonoro di dissonante meraviglia. Canzoni come Another Day, Finf Your Self, Outside Forever, Hypnophobia sono bellezza assoluta. C'è poi il vortice psichedelico-progressivo di Before The Down che è il momento migliore dell' intera carriera. Da restarne stregati al primo ascolto.

Seducente | 8



mercoledì 10 giugno 2015

East India Youth - Culture of Volume


















Di William Doyle e delle sue architetture sonore vi ho parlato già lo scorso anno, in tempi non sospetti. "Total Strife Forever" era un disco che nasceva soprattutto dall' amore per il pop e una certa elettronica astratta. Un lavoro multiforme, in grado di evidenziare fin da subito le qualità compositive di un giovane autore che ben presto avrebbe fatto parlare di sé. Secondo album, quindi. Secondo gioiello. E "Culture of Volume" (titolo ispirato ad un verso del poema Monument di Rick Hollan) è il miglior titolo possibile. Se nel primo lavoro il giovane autore si presentava con un approccio alienato e introspettivo, in questo secondo atto le cose sembrano cambiare: William Doyle sembra spinto da una vena compositiva più libera e aperta. In tal senso ne guadagnano i suoni, le melodie, le atmosfere. E se nell' iniziale The Juddering è l' elettronica a farla da padrone, nella successiva End Result la melodia trova il suo giusto equilibrio nello spazio. Nasce allora una sequenza fascinosa di brani ricchi di geometrie ritmiche e soluzioni che variano tra psichedelia, pop, elettronica e space rock.  A testimonianza della classe dell' autore londinese, arriva anche una canzone come Carousel, colma di una malinconia liquida e spettrale. È uno scenario futuristico quello che abbiamo davanti agli occhi; qualcosa che difficilmente troverete da altre parti. Un suono sempre preciso, brillante, omogeneo, fanno di questo nuovo lavoro un disco emozionante, ipnotico, che si lascia ascoltare con estremo piacere. Non commette l' errore di lasciarvelo scappare. In giro ce ne sono pochi così bravi.

Futuro | 8