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giovedì 18 dicembre 2014

Blessed Child Opera - The Darkest Sea

"The Darkest Sea" veniva pubblicato su Seahorse Recording (etichetta discografica indipendente fondata dallo stesso Paolo Messere) il 21 ottobre dello scorso anno. Io, purtroppo, ci arrivo solo ora. Ma si sa: non è mai troppo tardi, soprattutto per mettersi all' ascolto di un disco bello come questo. La creatura di Paolo Messere cambia nuovamente forma e arriva al sesto sigillo, concependo un' opera dalle atmosfere oscure. Tre anni fa era stata la Sardegna ad ispirare le canzoni di "Fifth". Ora tutto nasce da un' altra isola italiana: la Sicilia. È il fascino del mare siciliano ad aiutare Paolo nella gestazione di questo lavoro. Il musicista napoletano usufruisce del sostegno di Carmelo Amenta alle chitarre e Marco Sciré alla batteria, e dà vita a questo nuovo affascinante capitolo. Scarne e notturne, le nuove composizioni nascono nel 2012 e vengono registrate in poco più di una settimana: canzoni affilate come lame, dall' acustica tagliente. Si ha giusto il tempo di rendersi conto di quanto il titolo dell' album rispecchi in modo perfetto il mood dell' intero disco, che I Had Removed Everything è pronta ad ipnotizzare. L' impressione è quella di trovarsi tra le visioni apocalittiche di David Tibet e il folk crepuscolare di Mark Lanegan. È materiale affascinante quello che ci troviamo tra le mani: Misunderstood prosegue sulla stessa scia del brano d' apertura, innescando visioni allucinate, ribadendo le coordinate musicali del nuovo disco. Le sonorità folk rock del precedente lavoro vengono spodestate da un flusso nervoso di canzoni inquiete. Il tutto diventa più oscuro: Blindfold,  Lazy Shot In The Belly, non fanno altro che confermare la vena ispirata di Messere nel concepire ballate dal fascino sinistro. È una continua discesa tra acque torbide quella che ci troviamo ad affrontare: In The Morning, 45 - Near The Sea, annegano in un dark folk nero come la pece. Ci sono poi i sussulti dark wave di You Can’t Teach Me How To Change My Life; le peripezie infernali di I Look At You (But I Already Know Your Answer); la torbida Friends Faraway; e il finale gotico di December Wind. Paolo Messsere costruisce un lavoro sapiente, in grado di conquistare al primo ascolto. Scoperto con più di un anno di ritardo, dicevo. Ma alla fine ciò che conta è esserci arrivati.

Intenso | 7.4

sabato 22 marzo 2014

Lubomyr Melnyk - Windmills
















Dopo la pubblicazione di “Corollaries” e la collaborazione con James Blackshaw per lo strepitoso “The Watcher”, il musicista ucraino, definito come il pianista più veloce al mondo, ritorna con un nuovo affascinate capitolo della sua continuous music. Lubomyr Melnyk, praticamente rimasto sconosciuto fino a poco tempo fa, ha oggi 66 anni, e prosegue la sua ricerca sonora attraverso la pubblicazioni di album che sconfinano tra tecnica ed evoluzione, trascinandoci in un mondo incantato in cui le note del pianoforte scorrono attraverso una cascata di intimismo siderale. “Windmills”, definito dal suo stesso autore come il lavoro più importante in 15 anni di ricerca, scatena tutta la creatività di Melnyk attraverso tre lunghe composizioni, in un crescendo costante di gloriosa malinconia (i quasi 20 minuti di The Song of Windmills Ghost sfuggono al semplice concetto di bellezza). Sembra quasi poterlo intravedere, lì, seduto al suo pianoforte, mentre dà vita a questo ciclo continuo di pennellate sonore. Ipnotico quanto affascinante, “Windimills” è un viaggio estremo lungo un vortice musicale di passione, tecnica e sperimentalismo. Definirlo un semplice pianista potrebbe essere davvero riduttivo.

Meraviglioso | 8.5

giovedì 13 marzo 2014

Johnny Dowd - Do the Gargon

Conoscete Johnny Dowd, vero? Dite di no? Male, molto male.
Compirà 66 anni il prossimo 29 marzo il rocker di origine texana che ha fatto della sregolatezza la sua bandiera. Cresciuto con la musica di Hank Williams , Elvis Presley , Ray Charles e James Brown, si è affermato nel tempo come un personaggio unico e riconoscibile nello stile musicale.Stabilitosi a New York nel 1965, successivamente al divorzio tra i suoi genitori, l’artista americano intraprende la carriera di musicista formando i Jokers nei primi anni ’70, che si evolveranno successivamente in Neon Baptist nel 1988 con l’inserimento in formazione di altri componenti. Dopo una lunga pausa dalle scene, Johnny Dwod dà vita ad un primo lavoro solista nel 1997 (il disco era “Wrong side of Memphis”, che getterà le basi del suo stile irriverente). Qualcuno ha azzardato paragoni impossibili: io dico che il suo sound sembra quello di un marziano alcolizzato appassionato di Bukowski e Captain Beefheart. La verità è che Johnny Dwod è capace di mischiare nella sua musica sonorità più disparate che vanno dal punk al blues, dall’ industrial al country, dal funky al garage. Un sound inusuale, grottesco e difficilmente catalogabile, traccia i contorni di una discografia tutta da scoprire. “Do the Gargon”, ultima fatica dell’artista texano, è un denso collage di musica multiforme: una combinazione di elementi esplosivi che si dileguano tra testi sfrontati, riff incandescenti e ritmiche roboanti. L’inizio è davvero strepitoso. Basta imbattersi nei primi 20 secondi di Gargon Gets All Biblical, un boogie spaziale e alcolico che strattona l’ ascoltatore per 7 minuti e 43 secondi, per realizzare che Mr. Johnny Dowd è un rocker con le palle. Accompagnato da Michael Stark alle tastiere e Willie B. alla batteria e al basso, Johnny Dwod concepisce un disco alquanto strampalato, che gira intorno alla storia di un ragazzo abbandonato in una stazione di servizio del Nebraska nel 1953. Una narrazione vagante e un andamento discontinuo, abbozzano un grezzo affresco sonoro in un mix febbrile di blues, dance, proto punk, lo-fi, rock ‘n’ roll e funky. Nancy Sinatara, Pretty Boy, Gargon Disco’s Balls, Pussywhipped, sono un surrogato di sfrontatezza e genialità, e ci conducono attraverso questa melma musicale. Aguzzate le orecchie sullo splendido finale di “Do the Gargon”: La title track parte con un groove irresistibile e una forte dichiarazione d’intenti: “Va bene ragazzi, questo è Johnny Dowd, ho creato un nuovo ballo per voi, e si chiama 'Do The Gargon '”.
Che altro aggiungere: alzate il culo e ballate, cazzo!

Folle | 7



lunedì 24 febbraio 2014

New Electric Ride - Balloon Age


















Esce per la misconosciuta Beyond Beyond is Beyond il primo album dei New Electric Ride, formazione inglese composta da Jack Briggs (guitar, vocals), Craig Oxberry (drums, vocals), Adam Cole (bass, vocals) e Paul Nelson (keyboards, guitar, vocals). Con un posto nella line-up del prossimo Berlino Psych Fest che si terrà nel mese di aprile, qualche esibizione come gruppo di sostegno dei Pretty Thing , e qualche EP alle spalle, i New Electric Ride preparano la propria scalata verso l’universo psichedelico del rock. Con un sound acido e accattivante, “Balloon Age” si fa spazio attraverso canzoni narcotiche, avvolte in soffici armonie vocali . Ritmi serrati e melodie ipnotiche contribuiscono a movimentare un album sobrio, in cui risultano essere molto evidenti le influenze dei Beatles e di Syd Barrett. Spire visionarie si aprono lungo il percorso musicale tracciato dai 4 ragazzi inglesi, che traggono ispirazione da una psichedelica facilmente masticabile. Un suono evanescente e a tratti acerbo disegna i contorni di un disco sgargiante che mette in mostra anche i limiti della band. In pratica i New Electric Ride offrono in questo primo lavoro momenti entusiasmanti come Here Comes the Bloom, Marquis De Sade, Bye Bye, Lovers. Il resto, invece, passa un po’ inosservato.

Gradevole | 6

Ascolta "Here Comes The Bloom"

venerdì 21 febbraio 2014

Deadman - Electro Voodoo


















La leggenda narra che Robert Johnson avesse stretto un patto col Diavolo, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo. Con chi mai si sarà accordato Diego Potron, aka Deadman, per riuscire, da solo, a suonare come la più sghemba band del Mississipi? Ruvido, diretto e fottutamente ossessivo. In poche parole, una forza della natura. Curioso quanto riuscito, questo lavoro di Diego Deadman, stupisce grazie alla sua profonda passione per il blues elettrico: una raccolta di brani maledettamente belli, che si propagano come un urlo di dolore. Un suono incandescente e rabbioso scaturisce da questo “Electro Voodoo”, in cui il one man band suona contemporaneamente slide guitar, cigar box, cassa, rullante e charleston a pedali. Tutto dal vivo, tutto d’un fiato. La sua musica è una materia  esplosiva di garage-blues stordente. Colpisce in pieno Deadman:  Blue Mud Bay,  Bible & Pistols, Demon In My Ass,  trafiggono il cuore dell’ascoltatore. Il risultato, insomma, è un disco  morboso e potente, suonato con il cuore rivolto al passato e lo sguardo rivolto al futuro. Non rimane che ascoltarlo dal vivo.

Diabolico |7.2



martedì 11 febbraio 2014

Dead Shrimp - s/t


















Sono tre le cose che nella vita non mi stancheranno mai: il sesso, la birra e il blues.
Si chiamano Dead Shrimp, e prendono il nome da una vecchia canzone di Robert Johnson (Dead Shrimp Blues). Lasciatemelo dire: loro spaccano di brutto!
Registrato in soli 3 giorni, e quasi sempre in presa diretta, questo album omonimo, prodotto con l’ausilio di Roberto Luti, segna il primo atto in casa Dead Shrimp. Il trio romano, composto da Alessio Magliocchetti Lombi (chitarra slide), Sergio De Felice (voce) e Gianluca Giannasso (batteria, washboard), da non confondere con i colleghi americani The Dead Shrimps, sfoggia tutto il proprio potenziale attraverso un blues ferroso e viscerale. Un suono ruvido e calibrato al millimetro, dà vita ad una selezione infuocata di brani brillanti: tre cover, tra cui Keep Your Lamp Trimmed and Burning di Blind Willie Johnson, Shake ‘Em On Down e Kokomo Blues di Mississippi Fred McDowell. Ci sono poi Woman, Devil In My Head, Compulsive Shag, The Rambler, che suonano maledettamente bene. Spirito e tradizione rivivono grazie ad un blues moderno e trascinante. Un lavoro muscolare e sincero, che si sviluppa in una miscela fragorosa e passionale. Provate ad ascoltarlo a volume altissimo.

From Roma to Mississipi | 7


giovedì 30 gennaio 2014

Sneers - For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires

"For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires" è la prima uscita ufficiale per gli Sneers, progetto italiano dietro il quale si celano i nomi di Maria Greta Pizza (voce, chitarra) e Leonardo Oreste Stefenelli (batteria e percussioni). Formatisi a Berlino nel 2011, e forti di un’esperienza sul campo maturata nella capitale tedesca, i due musicisti giungono alla loro prima pubblicazione (esclusivamente in vinile e download card) su Brigadisco, (etichetta indipendente nata ad Itri nel 2008 come evoluzione della C.A.GA., collettivo che si occupa di organizzare eventi culturali quali rassegne cinematografiche, mostre, concerti, festival, con un occhio di riguardo all' underground italiano ed internazionale). Anticipato da una splendida copertina, opera dello stesso Leonardo Stefanelli, “For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires" ci conduce in una dimensione musicale oscura e misteriosa, attraverso un noise ossessivo e angosciante. Una progressione apocalittica che sembra richiamare alla mente quelle sonorità tipiche degli Swans, delinea la struttura di un concept album volto a scrutare nel più profondo dell’animo umano, attraverso sonorità violente e oblique. Il peccato, la redenzione, la speranza, la sofferenza, sono i temi principali narrati dalla straziante voce di Maria Greta Pizza. Canzoni calate in un’ atmosfera rarefatta e tenebrosa, scorrono lungo questo coagulante e claustrofobico flusso di atroce psichedelica. Un mix di introspezione psicologica, che affonda le radici in una musica delirante, scarna ed essenziale. Un viaggio nell’ io più profondo, ci catapulta in un labirinto dalle tinte oscure nel quale la batteria e la chitarra si dimenano in una sorta di trance conturbante. “For Our Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires" è quindi un lavoro ambizioso, che offre tematiche importanti attraverso testi complessi e ricercati. Avvicinatevi con cautela e ne apprezzerete la macabra bellezza.

Soffocante | 7.3

Ascolta "Self Atoning Apostasy"

lunedì 27 gennaio 2014

Sons Of Kemet - Burn


















"Burn” è uno di quei dischi che proprio non può passare inosservato. La storia dei Sons Of Kemet, quartetto londinese, composto da Shabaka Hutchings (sax e clarinetto) Oren Marshall (tuba) e da Tom Skinner e Seb Rochford (batteria), inizia nel 2011 con una serie di esibizioni travolgenti. “Burn” è il frutto di una maturazione artistica avvenuta nel corso di due anni, nei quali i 4 musicisti sembrano aver trovato una propria dimensione musicale. Questo primo lavoro esplode in tutta la sua fiammante potenza, cavalcando le onde di un jazz tribale, ricco di coinvolgimento emotivo. La cultura afro-americana, quella caraibica, l’antico Egitto (il termine Kemet fa riferimento ad uno dei termini che veniva utilizzato dai popoli del Nilo per indicare l'Egitto), la letteratura (The Book Of Disquiet è dedicata al celebre libro di Fernando Pessoa mentre Songs For Galeano è un omaggio allo scrittore uruguagio Eduardo Galeano), e l’improvvisazione, convivono in una miscela avvincente di puro godimento. “Burn” è un incendio fragoroso di tecnica ed energia viscerale.

Fiammante | 7.8

giovedì 16 gennaio 2014

Yob – Catharsis


















Lo si potrebbe tranquillamente indicare come l’album doom più sottovalutato della storia. Ecco, ora qualcuno di voi sicuramente storcerà il naso (ascoltate il disco e poi ne riparliamo). Mentre gli Sleep si sono giustamente guadagnati lo status di band culto di un certo heavy stoner dalle reminescenze psichedeliche, i Yob, invece, sono rimasti - per chissà quale misterioso motivo - intrappolati in una sorta di silenzio che ora cerca giustizia in questa ristampa a cura della Profound Lore. Per la formazione di Portland, Oregon, all’epoca formati da Mike Scheidt alla chitarra, Isamu Sato e Travis Foster alla batteria, “Catharsis” (2003) è il secondo album dopo l’esordio di “Eleborations of Carbon”. Lento, ipnotico e abrasivo, questo lavoro della band statunitense, si avvale oggi di nuovi missaggi da parte di Tad Doyle, leader nei TAD. “Catharsis” è una tempesta doom di dissonante potenza in cui regna una sorta di magica inquietudine. E’ musica apocalittica che esplode in tutta la sua straordinaria energia polverizzando tutto ciò che incontra. 3 brani di terrificante bellezza, immersi in un oceano oscuro di blues spaziale, danno vita ad un vero e proprio terremoto sonoro di incantevole deflagrazione. 

Monumentale | 8

Ascolta "Ether"

mercoledì 1 gennaio 2014

Estas Tonne - Internal Flight

La strada è il più grande palcoscenico del mondo. Sembra pensarla così anche Estas Tonne, che spesso e volentieri si esibisce nelle vie delle grandi città (se siete fortunati potrebbe anche capitarvi di incrociarlo) sfoggiando un virtuosismo chitarristico senza eguali, in cui tecnica e passione si fondono in un suono unico e magnetico. Un fascino da sciamano quello del giovane chitarrista, pronto ad estasiare i più curiosi con esibizioni davvero incredibili (vedi video su youtube). Originario dell’ex Unione Sovietica, ma di base a Londra, si autodefinisce una sorta di “menestrello moderno” che ama viaggiare per poter assorbire le influenze delle varie culture del mondo. Artista a tutto tondo, impegnato anche in progetti cinematografici (Time of the Sixty Sun) , poesia e danza. La sua tecnica chitarristica plasma uno sound del tutto personale, capace di abbracciare in modo armonioso flamenco, gipsy, elettronica, improvvisazione e ritmi latini, in un volo vorticoso dal fascino abbagliante, spalancando le porte ad un' energia emozionale che trafigge il cuore. “Internal Flight”- album che trovate disponibile in rete- rilasciato via bandcamp agli inizi dello scorso anno, si compone di un’ unica traccia che si libra nell’ aria in un moto continuo di strabiliante potenza: un fingerpicking travolgente, un ritmo inarrestabile e una melodia al limite del sogno, si intrecciano in questi 64 minuti tra riverberi e piccole iniezioni di elettricità. Un viaggio mistico-siderale attraverso un paesaggio sonoro dalla bellezza surreale. Avrete l’impressione di entrare in pieno contatto con l’universo nell’ ascoltare le note cristalline, che come stelle cadenti impazzite esplodono dalle dita del giovane chitarrista.
Chiudete gli occhi e aprite il vostro cuore. Potrebbe bastarvi una semplice chitarra per imparare a volare.

Immenso | 9



giovedì 26 dicembre 2013

Far-Out Fangtooth - Borrowed Time


















La copertina del secondo album della band di Philadelphia parla chiaro: in “Borrowed Time” si pratica una psichedelia oscura e minacciosa; un suono liquido e dal sapore notturno che si cala in un pozzo melmoso di punk acido e visionario.
Ciò che ne emerge è un lavoro di assordante bellezza, composto da 9 tracce che si espandono oltre i confini del post punk, illuminandosi di una psichedelia narcotica e asfissiante.
Un’ atmosfera satura di tensione pronta ad ipnotizzarvi con scariche infuocate di fuzz avvolgenti .

Alta tensione – Voto 8


Ascolta  "Mother Nature Fetish"

mercoledì 11 dicembre 2013

Chris Eckman - Harney County


















Proprio quando pensi di aver terminato la tua classifica dei dischi migliori dell’anno, arriva un album del genere a stravolgere tutto.“Harney County”, quarto disco solista dell’ altra metà dei Walkabouts, è semplicemente un disco bellissimo fin dalla copertina. Ispirato alla lettura del libro“ Owning It All” di William Kittredge, il disco, come riportato dallo stesso autore, è stato concepito durante le registrazioni di “Travels in the Dustland”, l’ ultimo lavoro dei Walkabouts datato 2011.
Quello che abbiamo davanti è un album scarno, sabbioso, intenso, dove sono visibili le influenze dello Springsteen acustico di album come “Nebraska”, “The Ghost of Tom Joad” e “Devils and Dust”.
La voce profonda di Chris Eckman si fa spazio nei nostri cuori sin dalle prime note, guidandoci lungo le strade fangose di un’ America arida e disincantata, tra le colline e le terre innevate della contea dell’ Oregon. 

Avvolgente – Voto 8

Ascolta: Nothing Left To Hate

mercoledì 4 dicembre 2013

Ed Askew - For The World

Qualcuno potrebbe indicare questo nuovo album di Ed Askew come il più grande ritorno dell’anno. Altri, invece, come la vera scoperta del 2013. For The World ci offre l’occasione per riscoprire un grande artista inspiegabilmente poco conosciuto, la cui storia ricorda a tratti quella degli ormai celebri Rodriguez e Bill Fay. Caduto nell’ oblio dopo la pubblicazione del suo primo album, “Ask The Unicorn”, 1968 - da molti considerato una pietra miliare del folk psichedelico dei 60’s - il cantautore di base a New York vive oggi una seconda vita grazie a Clint Simonson della De Stijl Records, che con un' intensa opera di investigazione ha riportato nuovamente all’ attenzione l’artista del Connecticut dopo anni di silenzio. La rinascita, se così vogliamo chiamarla, avviene nel 2007, con la ripubblicazione di “Little Eyes”, 1970, suo secondo lavoro, album rimasto a prendere polvere per oltre 30 anni, per poi essere ristampato dalla De Stijl Records di Simonson, che ha dato  il via ad una serie di pubblicazioni segnando il ritorno del grande artista americano che nel 2011 ha intrapreso il suo primo tour all’ età di 71 anni. Nato a Stamford, Connecticut, nel 1940, Askew ha studiato arte a Yale dal 1963, rimanendo nel New Haven fino al 1987, per poi trasferirsi definitivamente in quel di New York City, dove tra l’altro inizia la carriera di pittore (vedi copertina). Comincia il suo percorso musicale suonando nel gruppo folk-psichedelico dei Gandalf and the Motorpickle (1966 -67), per poi intraprendere la carriera solista che lo vede autore di un primo album rimasto nella memoria di pochi: “Ask The Unicorn”, 1968 (Esp Disk). Ma lo scarso successo di vendite, e dei live che ne seguirono, costrinsero l’artista a ritirarsi in proprio scomparendo dalla circolazione, lasciando perdere le proprie tracce. Dopo essere tornato alla vita quotidiana, e aver messo da parte qualche risparmio, Ed, a metà degli anni '80, acquista un piano elettrico, dei microfoni ed un quattro tracce, e riprende così la sua attività musicale, cominciando nuovamente a scrivere. In poche parole, Ed, dopo il suo primo album, ha comunque proseguito la sua avventura musicale in privato, dando vita a lavori - per lo più registrati su cassetta - che giravano esclusivamente tra le mani di amici e conoscenti. Alcuni di questi troveranno poi spazio in album che vanno a comporre un percorso artistico di tutto rispetto: “Little Eyes”, 2007 (De Stijl Records ) – “Rainy Day Songs”, 2008 (Spinning Golg Records) - “Imperfiction”, 2011 (Drag City) – “Here We Are Together Again” / “Yellow Dollars”, 2011 (De Stijl Records). A inizio 2013 viene pubblicato “Looking For Love” (Holy Page), una raccolta di brani registrati tra il 1969 e il 2003. Il disco anticipa di qualche mese l’uscita di un nuovo album, Fort The World, lavoro sublime, forte di una scrittura elegante e fascinosa. Siamo di fronte ad un' opera sincera, colma di una malinconia avvolgente. Basterà coccolarvi tra le note della meravigliosa Roadio Rose per  immergervi totalmente nella musica del cantautore americano: 7 minuti e 33 secondi che somigliano a un' alluvione di bellezza. Un folk che incrocia la musica da camera si intinge attorno a un  pop ricco di sfumature. 10 splendide ballate sbocciano tra fragranze di nostalgia, arricchite da una strumentazione raffinata e variegata: pianoforte – ukulele (Jay Pluck ), banjo – chitarra elettrica (Tyler Evans) , arpa (Mary Lattimore) e contrabbasso (Cannan Faulkner), il tutto incorniciato da una suadente voce flebile e da una sferzante armonica. Registrato nel 2011 in solo 4 giorni, in un magazzino del west Harlem, il disco vede anche la partecipazione di artisti come Marc Ribot e Sharon Van Etten. Grazie ad una scrittura intima e personale, e oggi più raffinata e innocente rispetto al passato, Ed Askew disegna un album stupendo. Anche tra i migliori dell' anno.

Incantevole - Voto 8






martedì 3 dicembre 2013

Matt Elliot - Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart


















"Chi cerca la verità dell’uomo deve farsi padrone del suo dolore” scriveva Georges Bernanos nel suo romanzo “La Gioia” (1929). Una frase come questa basterebbe a spiegare l’intero percorso artistico di Matt Elliott. Giunto ormai alla sua sesta fatica discografica da solista, dopo l’ abbandono dei Third Eye Foundation, l’autore di Bristol si conferma ancora una volta artista geniale e ricco di personalità. "Only Myocardial Infarction Can Break Your Heart” è l'ennesimo capolavoro, e arriva a quasi due anni di distanza dal precedente "The Broken Man". Denso di inquietudine e sofferenza, il nuovo capitolo del cantautore inglese delinea fin dal titolo uno scenario meno oscuro dei precedenti. A condurci in questo abisso di dolore è ancora una volta un incedere spagnoleggiante arricchito da archi solenni, in cui una voce profonda cerca di farsi spazio tra paesaggi sonori immersi in una malinconia plumbea. I 17 minuti di The Right Tro Cry sono di quanto più bello e straziante vi possa mai capitare di ascoltare, mentre lo strumentale di I Would Have Woken You With This Song è una meraviglia che sembra bloccare il tempo.

Provate a non emozionarvi.

Strepitoso | 9


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lunedì 2 dicembre 2013

Teeth Of Sea - Master


















A più di due anni dallo strepitoso “Your Mercury”, Sam Barton, Mike Bourne, Mat Colegate e Jimmy Martin riapprodano sul pianeta terra per presentarci il loro terzo album in poco più di 4 anni di attività. "Master” delinea uno scenario musicale apocalittico prendendo in prestito le sonorità liquide dello space rock, la complessità del progressive e la freddezza della tecno, creando un collage musicale da brividi, per guidarci verso squarci di delirio tecnologico e cibernetiche emozioni.
Un poderoso concept album che si avvale di fitte trame elettroniche, un crescendo musicale di onde sonore abrasive. Un lavoro che punta lo sguardo verso il futuro e sui meccanismi adottati dall’uomo, sempre più orientato a divenire una macchina senza anima.

venerdì 29 novembre 2013

Rose Windows - The Sun Dogs




















Esordio fulminante questo dei Rose Windows, formazione di Seattle capitanata dal chitarrista e songwriter Chris Cheveyo.  Un mix fascinoso di blues, folk e psichedelia ricco di misticismo e suggestioni orientali. Così si presenta “The Sun Dogs”, opera prima per la band americana, ultima scoperta in casa della seminale Sub Pop Records. Un turbine prorompente di suoni e mood orientaleggiante si sprigiona con fattezze psichedeliche trasportando l’ascoltatore in un viaggio visionario tra musiche persiane e indiane, attraverso testi esoterici e oscuri che narrano di amore, religione, vendette e rivoluzioni. “The Sun Dogs”, prodotto da Randall Dunn, famoso per i suoi precedenti lavori con i SunnO))), e da Boris (Earth, Master Musicians of Bukkake), si presenta come un’ opera dalle molteplici sfumature: un disco equilibrato, potente e dinamico, forte di un fascino etnico e spirituale capace di stregare al primo ascolto. Un arcobaleno musicale di accecante bellezza.


Suggestivo - Voto 8


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sabato 3 agosto 2013

Nadine Shah - Love Your Dum And Mad



















Dopo due Ep acclamati dalla critica, arriva l' album di debutto per Nadine Shah.
Di madre norvegese e padre pakistano, la cantautrice nata nel nord dell’ Inghilterra arriva alla sua prima pubblicazione con questo stupendo lavoro che racchiude al suo interno una maturità stilistica da fare invidia a tanti.
“Love Your Dum And Mad” si compone di 11 tracce e si presenta come un album per niente facile che potremmo dividere in due diverse facciate: la prima elettrica e drammatica e la seconda acustica e malinconica.
Un suono quello proposto da Nadine che si mostra sincero e brutale, accompagnato da liriche immediate e angoscianti che catturano lo spirito dell’ ascoltatore grazie soprattutto ad una voce profonda e sofferta.

Rivelazione – Voto 7.7



martedì 30 luglio 2013

Endless Boogie - Long Island

















Immaginate una jam tra ZZ Top, Stooges e Canned Heat, ed avrete un' idea di ciò che è contenuto nei 79 minuti di questo nuovo album degli Endless Boogie.
Con 15 anni di musica alle spalle, e una manciata di album all’attivo, l’ultimo dei quali ” Full House Dead” , pubblicato nel 2010, i 4 musicisti di New York (Jesper Eklow, aka "The Governor" - guitar, Paul Major , aka "Top Dollar" - guitar and vocals, Mark Ohe, aka "Memories from Reno" - bass and Harry Druzd - drums ) sfornano un nuovo lavoro che affonda le sue radici nel blues rock più ruvido degli anni 70, anticipato da una tenebrosa e splendida copertina. Un boogie spaziale e ipnotico, filtrato da hard rock, psichedelia e garage, aggredisce l’ascoltatore con un turbine sonoro di chitarre elettriche capace di riportarvi indietro nel tempo.“Endless Boogie” racchiude la sintesi perfetta del sound di fine anni ‘60 inizio ’70 e vi conquisterà grazie ad una miscela esplosiva di rock grintoso e distorto, conturbante e viscerale, che si sviluppa feroce in un viaggio sonico ammaliante, propagantesi  lungo i sentieri  elettrici dei riff implacabili di Jasper Eklow e Paul Major.  

Chapeau! | 9

Ascolta "General Admission"

domenica 7 luglio 2013

Hot Lunch - s/t


















Vi va di fare un giro sulla giostra del rock 'n' roll?
Allacciate bene le cinture e tenetevi forte!
Gli Hot Lunch arrivano da San Francisco e sono una vera e propria macchina infernale di rock allo stato puro. Nati dallo scioglimento dei Parchman Farm, la formazione americana, composta da Eric Shea, Aaron Nudelman, Rob Alper e Charlie Karr, giunge ora alla prima pubblicazione con questo album omonimo pronto ad inserirsi tra le migliori uscite dell' anno.
"Hot Lunch" è un agglomerato di potenza che viaggia inarrestabile lungo sentieri che si intersecano tra heavy-prog, garage e psichedelia. Handy Denny, Killer Smile, You're Alright, Tragedy Prevention, Gold Lyre sono da vero capogiro.

Che grinta! - Voto 8,5


giovedì 20 giugno 2013

Pyramidal – Frozen Galaxies



















Seconda pubblicazione per la band con base ad Alicante, Spagna, che torna a distanza di due anni dal precedente “Dawn in Space”.
Il nuovo lavoro si presenta ancora una volta con una splendida cover e si compone di 4 tracce dilatate che si spingono nello spazio infinito in un viaggio intergalattico attraverso la più oscura psichedelia.
Un flusso inarrestabile di potenza e progressione musicale riesce a liquefarsi in un tumulto sonoro di doom, stoner e space rock.

Agghiacciante – Voto 8.3