"L’acqua è la più magica e misteriosa di tutte le cose che io abbia conosciuto. E quindi ho deciso di dedicare questo album ai fiumi e ai torrenti di questo mondo. Un atto di gratitudine alla loro bellezza”. Queste le parole con cui il virtuoso musicista di origine ucraina precede l' uscita della sua nuova opera. Acqua, aria e pietra sono per Lubomyr Melnik i tre elementi alla base della continuous music. "Rivers and Streams" è il secondo album per la Erased Tapes e giunge ad un anno di distanza da "Windmills". Provo sempre una certa difficoltà nel procurarmi parole che possano spiegare al meglio la magia espressa della musica del pianista ucraino. Sì, perché di magia si tratta. Uno stile unico quello di Melnyk. Un approccio accademico ma al tempo stesso viscerale, che si distacca totalmente dalla tradizionale composizione classica. In questo nuovo capitolo Melnyk ci conduce ancora una volta attraverso un fluire inarrestabile di note. Il risultato supera ogni logica concezione di bellezza e spinge l' ascoltatore in un vortice ininterrotto tra minimalismo e malinconia. 6 lunghe composizioni ispirate dal forte legame con l' acqua. Melnyk costruisce incantevoli architetture liquide facendo uso di un arpeggio rapido, denso, cristallino. Arrivano a sostegno il flauto di Hyelim Kim (The Amazon: The Highlands) e la chitarra di Jamie Perera (Sunshimmers, Ripples in a Water Scene). Il resto è qualcosa di molto simile alla mia idea di paradiso. Bello da creare dolore.
Tra i piaceri della vita la musica è seconda solo all'amore. Ma l'amore stesso è musica. Aleksandr Puskin.
venerdì 11 dicembre 2015
Lubomyr Melnyk - Rivers and Streams
"L’acqua è la più magica e misteriosa di tutte le cose che io abbia conosciuto. E quindi ho deciso di dedicare questo album ai fiumi e ai torrenti di questo mondo. Un atto di gratitudine alla loro bellezza”. Queste le parole con cui il virtuoso musicista di origine ucraina precede l' uscita della sua nuova opera. Acqua, aria e pietra sono per Lubomyr Melnik i tre elementi alla base della continuous music. "Rivers and Streams" è il secondo album per la Erased Tapes e giunge ad un anno di distanza da "Windmills". Provo sempre una certa difficoltà nel procurarmi parole che possano spiegare al meglio la magia espressa della musica del pianista ucraino. Sì, perché di magia si tratta. Uno stile unico quello di Melnyk. Un approccio accademico ma al tempo stesso viscerale, che si distacca totalmente dalla tradizionale composizione classica. In questo nuovo capitolo Melnyk ci conduce ancora una volta attraverso un fluire inarrestabile di note. Il risultato supera ogni logica concezione di bellezza e spinge l' ascoltatore in un vortice ininterrotto tra minimalismo e malinconia. 6 lunghe composizioni ispirate dal forte legame con l' acqua. Melnyk costruisce incantevoli architetture liquide facendo uso di un arpeggio rapido, denso, cristallino. Arrivano a sostegno il flauto di Hyelim Kim (The Amazon: The Highlands) e la chitarra di Jamie Perera (Sunshimmers, Ripples in a Water Scene). Il resto è qualcosa di molto simile alla mia idea di paradiso. Bello da creare dolore.
lunedì 7 dicembre 2015
Girls Names - Arms Around a Vision
Il sound dei Girls Names è qualcosa in continua evoluzione. La conferma arriva da un terzo disco ricco di nuove prospettive. Se il primo album mostrava un suono più orientato verso un noise pop tagliente, il secondo lavoro vedeva la band impegnata nei territori di un post punk affabile, forte di alcuni momenti davvero convincenti. In "Arms Around a Vision" le atmosfere si tingono invece di una new wave spigolosa che non disdegna una tipica psichedelia di stampo shoegaze. E il risultato questa volta e da applausi. Brani come Retience, Oscilattions e Chrome Rose sono roba pregiata. A Hunger Artist, Dysmorphia, Exploit Me, I Was You testimoniano invece lo spessore dei 4 di Belfast, capaci di catturare il passato e proiettarlo nel presente con il miglior abito possibile. Merito di una scrittura che non rinuncia alla melodia, forte di ritmiche sostenute, bassi corposi, chitarre ben affilate e tastiere astratte. Il tutto avvolto da una voce impetuosa. Le cose funzionano a dovere per tutta la durata del disco. I rimandi a formazioni come Stranglers, Cure e The Horrors sono più che evidenti. Ma ciò che davvero colpisce è la naturalezza con cui la band irlandese riesce nuovamente a cambiare pelle senza perdere colpi. Una manciata di canzoni fantastiche, costruite affidandosi a un suono preciso e perfezionato col tempo, che non manca di essere ipnotico e ricco di momenti avvolgenti.
Centro pieno | 8
giovedì 3 dicembre 2015
Giancarlo Frigieri - Troppo Tardi
Nel libretto interno a un certo punto appare la scritta "Ascoltare a volume alto". Ciò accade prima che arrivi Il Chiodo, brano che si apre così: "Il sale delle lacrime a volte sembra dolce. Ed è qui che iniziano i guai". Giancarlo Frigieri è uno di quelli bravi, soprattutto con le parole. La conferma arriva da queste splendide otto canzoni, che vanno a comporre il settimo album da solista pubblicato dal 2006 ad oggi. Messi alle spalle i progetti Julie’s Haircut e Joe Leaman, Frigieri intraprende una carriera solista di tutto rispetto che lo vede impegnato sul fronte della canzone d'autore. I primi due album in inglese. Poi nel 2009 il passaggio alla lingua italiana. L' autore emiliano oggi si dimostra ancora una volta abile nel saper infondere energia alle proprie composizioni. Dal precedente "Distacco" è trascorso poco più di un anno, il tempo opportuno per ritrovare l' ispirazione. "Troppo Tardi" è un disco intenso, robusto, incisivo nei testi e nelle composizioni. Il nostro si arma solo di chitarra, voce e qualche effetto analogico, intagliando una raccolta di brani che all' occorrenza sanno essere feroci e intimi. Si pensi al noise dell' iniziale Nakamura e alla delicatezza di Galleria. C'è poi un forte senso di libertà a regolare l' intero lavoro. In tal senso Elicotteri e Cani, con quelle chitarre taglienti in distorsione, è uno dei momenti migliori del disco. Frigieri si muove con agilità, districandosi tra folk rock e la più classica canzone d'autore italiana. Fa tutto nel modo migliore possibile, usando cinismo, rabbia e sarcasmo, elementi che si annidano anche tra le melodie affabili di Nel Mondo che Fremo e Il Limite. La qualità è sempre alta; il suono sempre smagliante. Lo dimostrano sul finire la splendida Motivi Familiari e l' incisiva Fiori. A sigillare il disco arriva Il Chiodo, brano in cui la sapiente scrittura dell' artista romagnolo vive il suo apice grazie a parole che si conficcano dritte al cuore. Chitarre e voci, quindi, sono gli unici strumenti con il quale Frigieri costruisce l' intero lavoro. Un disco tutto incentrato su un tema importante: la sconfitta, che è anche - e soprattutto - un modo per ripartire.
Tagliente | 7.5
Tagliente | 7.5
giovedì 26 novembre 2015
Robert Forster - Songs To Play
La proposta è ancora una volta quella di un songwriting peculiare e di elevata eleganza. Robert Forster impiega ben sette anni per il suo ritorno. Lo avevamo lasciato infatti con "The Evangelist", che giungeva nei negozi di dischi a poco tempo di distanza dalla scomparsa dell' amico di avventure Grant McLennan. Nei sette anni che separano i due lavori, Forster ha scritto libri e si è occupato persino di critica musicale. Una volta tornato a vivere nel Queensland, riprende in mano la chitarra per occuparsi di quello che gli riesce meglio: scrivere bellissime canzoni. In "Songs To Play" ne troviamo dieci, una meglio dell' altra. Dall' inizio folgorante di Learn To Burn al folk pop di Let Me Imagine You; dagli spasmi spanish di Songwriters On the Run alla delicata And I Knew. Fanno centro pieno: il pop tex-mex di A Poet Walks, la bossanova angolare di Love Is Where It Is, la nostalgia crepuscolare di Turn On The Rain e il finale struggente di Disaster Motion. L' ex Go-Betweens non tradisce le aspettative e dà vita a un lavoro tanto bello da creare dipendenza, capace di incollare l' ascoltatore alla sedia grazie a una scrittura sagace, costituita da una brillante ossatura pop dal tiro micidiale. Il disco è stato realizzato presso uno studio di registrazione nei pressi di Brisbane e ha visto la collaborazione della moglie Karin Baumler e di due amici di vecchia data come Scott Bramley e Luke McDonald. Da far impallidire un' intera schiera di giovani songwriter.
Brillante | 8
lunedì 23 novembre 2015
Blessed Child Opera - The Devil and The Ghosts Dissolved
La Seahorse Recordings è un' etichetta indipendente fondata nel 2000 dal musicista di origini napoletane Paolo Messere e si occupa nello specifico di produzioni che spaziano tra diversi generi, ma con un unico comune denominatore: la scena italiana. Paolo è ormai sul campo da diversi anni. Un passato come componente dei Silken Barb e Ulan Bator; un presente come membro fondatore dei Blessed Child Opera, progetto tra i più interessanti del panorama indipendente italiano, che oggi vanta il settimo lavoro in studio. Il tutto nasce e ruota intorno alla penna del musicista napoletano che, come già accaduto per i precedenti album, decide ancora una volta di cambiare le carte in tavola, optando per un ulteriore cambio di formazione. Nasce così la collaborazione con Valeria Sorce (voce) e Matteo Dossena (batteria), mentre Paolo maneggia con cura chitarra, basso e tastiere. "The Devil and The Ghosts Dissolved" è il nuovo lavoro e arriva a distanza di due anni dal riuscitissimo "Darkest Sea". Ancora una volta è qualcosa di intimo, personale. E in tal senso il titolo sembra abbastanza emblematico. Il nuovo appuntamento è all' insegna di un dark folk a tratti più diretto e armonioso rispetto al disco precedente. 11 episodi di costante qualità tenuti insieme da una produzione impeccabile. I primi scampoli di We Can’t Be
Rivals of God sono carichi di quella tensione presente in "Darkest Sea". Ci pensa però la splendida voce di Valeria Sorce a rompere col passato. Arriva poi la malinconia languida di Painted Horses e Thesre's Too Musch Noise a delineare la direzione del nuovo capitolo. E così inizia un susseguirsi di brani dall' impronta notturna, caratterizzati da una sensibilità melodica capace di esplorare atmosfere rarefatte. È il caso di I'm Gonna Wait My Love, The Despair Like a Trail e Who I am. Messere in X-Stars trova spazio anche per alcuni spunti elettronici. Funzionano bene anche It Looks Like a No Return, Mother e No One, mentre il finale di I Know Everything è di certo il momento migliore del disco. Ancora una volta un lavoro riuscito, fatto di canzoni dal timbro profondo e disincantato che si fanno strada tra immagini crepuscolari e sonorità evanescenti.
L' ennesima conferma.
Fascino | 7.2
L' ennesima conferma.
Fascino | 7.2
giovedì 19 novembre 2015
Early Mammal - Take a Lover
Ci sono alcune novità per gli Early Mammal: un cambio di line up che vede l' uscita del tastierista Denis Belinder e l' entrata del batterista dei Wolf People Ben David, e l' approdo ad una nuova etichetta, la Riot Season. Giunti ora al terzo sigillo, gli inglesi capitanati da Rob Herian spalancano le porte dell' infinito. Il percorso è arduo, tutto incentrato su un blues cosmico che deflagra in vortici psichedelici. La partenza è affidata alla strumentale Great German, un crescendo esasperante di stoner con deviazioni space; Inside si presenta come una lenta liturgia ascensionale; Morning mette in scena un suono sempre più sontuoso che infine sfocia nella liturgica Sigh On. Ma è Glad is Night il pezzo pregiato: quasi nove minuti di un tortuoso mantra ipnotico-distorsivo. Si fa notare poi il finale ustionante di The Good / GG Return & Out. "Take a Lover" ci mostra una band capace di disegnare un percorso sofisticato, fatto di flussi elettrificati ed esplosioni incandescenti. Energico, preciso e per lo più strumentale, questo nuovo lavoro mostra tanta disciplina e qualche difetto nella ripetitività. 8 movimenti tellurici all' insegna di un sound non troppo innovativo ma comunque efficace.
Imponente | 7.5
lunedì 16 novembre 2015
Julia Holter - Have You In My Wilderness
Quelle di Julia Holter sono canzoni di cristallo forgiate da mani sapienti, forti di un linguaggio unico e personale. “Have You In My Wilderness” arriva a 3 anni di distanza dal disco precedente e si presenta in tutta la sua bellezza, vantando un suono tanto fragile che a tratti sembra scivolarci tra le mani. Quelle ritmiche quasi sempre abbozzate e quella sensazione di eterna leggerezza, si specchiano in arpeggi morbidi accomodati su tessuti astrali. Un lavoro articolato, fatto di arrangiamenti ariosi che vedono tra l' altro l' impiego di contrabbasso, clavicembali, sax e pianoforti. Il risultato è tutto un susseguirsi di brani che si muovono su equilibri sottili e melodie vaporose. Solitudine e assenza. Splendore e incanto. Un oceano in calma apparente attraversato da folk, pop, jazz, elettronica. La composizione classica si sposa con la melodia creando un paesaggio sonoro suggestivo e romantico. La Holter dispiega tutto il suo potenziale, e ciò che ne viene fuori è qualcosa destinato a rimanere negli anni. La dimostrazione è tutta racchiusa nella bellezza di queste 10 gemme. E credetemi: risulta difficile indicarne il momento migliore. L' impressione è quella di immergersi tra le geometrie complesse di Laurie Anderson e le atmosfere oniriche dei Sigur Ros.; tra le fascinazioni ancestrali di Joanna Newsom e gli slanci melodici di Kate Bush. Sfuggente, elegante, intima. La musica di Julia Holter vive di ambizioni, di ricerca, di intuizioni. Non resta che inchinarsi dinanzi a tanta grazia.
Puro incanto | 8.5
Puro incanto | 8.5
giovedì 12 novembre 2015
Larry Gus - I Need New Eyes
Bizzarro | 7.6
venerdì 6 novembre 2015
Lonesome Leash - Precious Futures
Dietro lo pseudonimo di Lonesome Leash si nasconde Walt McClements, polistrumentista che ha militato nei Dark Dark Dark, Hurray for the Riff Raff, e Why Are We Building Such A ship? "La mia volontà è quella di far suonare la fisarmonica come un sintetizzatore o qualcosa di più". Parole che fanno da presentazione a quello che è un personaggio alquanto unico nel suo genere. Originario di New Orleans, Lonesome Leash dà vita ad una ricerca musicale che lo vede proiettato all' interno di una galassia sonora del tutto nuova. Il nostro fa tutto da solo, maneggiando con cura minuziosa grancassa, charleston, fisarmonica, tromba e quant' altro. Il risultato è una musica capace di trame articolate e traiettorie imprevedibili, che attinge a certo art folk con forti echi balcanici. Una prima pubblicazione avvenuta agli inizi del 2013 e una seconda giunta a distanza di pochi mesi; in mezzo una serie di concerti che lo vedono tra Europa e Stati Uniti. Oggi il one man band americano arriva al suo terzo lavoro offrendo ancora una volta una raccolta di canzoni esplosive. È sempre la fisarmonica il punto di riferimento; anche se questa volta l' ago della bilancia pende a favore di un pop esplorativo, lasciando però invariate alcune atmosfere tipiche della musica gitana. In "Precious Futures" i ritmi si fanno più quadrati, le linee vocali più melodiche, l' approccio quasi più docile. Ma l' ispirazione rimane la stessa, come pure l' impatto. 7 tracce senza freni in cui nulla è lasciato al caso. Estetica, classe, energia, spontaneità sono tutti elementi che hanno il compito di rendere il viaggio indimenticabile; e l' impeto di brani come Momentum, Home Was A Feeling, See What You Say sono la migliore testimonianza di tutto questo. Ancora un disco solido ed equilibrato per un talento che sembra troppo poco conosciuto. E siamo solo all' inizio.
martedì 3 novembre 2015
Jono McCleery - Pagodes
Novembre sembra essere il mese migliore per iniziare a stilare la solita classifica di fine anno. Il terzo album di Jono McCleery è arrivato nei negozi già da qualche settimana e si appresta a mettere in discussione tale classifica; almeno nel mio caso. La partenza è straziante: This Idea of Us dispiega atmosfere malinconiche, avvolgenti, che sul finire esplodono in un vortice in cui sono impiegati gli archi e tonnellate di tensione. E diventa inevitabile non pensare alla celebre Day is Done e a tutto ciò che circonda la musica di Nick Drake. Ma nelle corde di Jono McCleery ci sono anche Robert Wyatt, John Martyn, Terry Callier, James Blake, Fink, Chet Faker. Accade quindi che un brano acustico come Age of Self lasci spazio alle sfumature dub step di Since I e al soul marziano di Painted Blue. Ballade si muove ancora sulle coordinate di un soul intimo, aggiungendo un' efficacia ritmica sostenuta da chitarre in lontananza e un pianoforte che sembra interrompersi per poi ripartire ogni volta. Clarity è gospel spaziale, mentre Halfway è un onirico r&b che annega tra tastiere e archi possenti. In Bet She Does Jono decide di spogliarsi di tutto per presentarsi solo voce e chitarra, mentre in Fire in My Hands si accomoda al pianoforte per una ballata celestiale. Desperate Measure e Pardon Me non aggiungono tanto, ma il finale di So Long è di quelli che lascia il segno. Jono McCleery mette in piedi un disco riuscitissimo. Personale e raffinato. Affascinante e drammatico; capace di incasellare soul, folk, pop ed elettronica sotto un unico tetto, con loop e riverberi trattati in modo equilibrato. Ottimo anche il lavoro di produzione.
Malinconico | 8
venerdì 30 ottobre 2015
Bruno Bavota - Mediterraneo
Quarto album per il pianista Bruno Bavota in poco più di 5 anni di attività. Anni in cui il nostro ha saputo mettere in atto una ricerca non solo musicale ma soprattutto personale.
Da questo punto di vista "Mediterraneo" è la vetta raggiunta, e arriva dopo lo splendido "The secret of the Sea" dello scorso anno. Bruno Bavota è ormai un musicista maturo, consapevole delle proprie energie. Lo dimostra la qualità di queste composizioni, che ancora una volta arrivano dritte al cuore. Dopo vari tour che lo hanno visto in giro per l' Europa e anche in Giappone, il musicista partenopeo approda alla Dronavim Records. Ecco quindi nascere il nuovo disco. "Mediterraneo", registrato interamente in una sola giornata, consacra definitivamente Bavota come uno dei migliori compositori neoclassici in circolazione. Ancora una volta Bruno si mostra autore capace di costruire dal nulla melodie intime, affascinanti, raffinate e di adagiarle su tessuti sognanti. Le composizioni di questo nuovo capitolo nascono da una spinta creativa che pochi autori sembrano possedere.
In tal senso Home, Hands, Alba, Mediterraneo sono quanto di più bello Bavota abbia scritto finora. Ci pensano anche Passport to the Moon e Who Loves, lives a lasciare il segno.
Bruno siede al pianoforte e ogni tanto imbraccia la chitarra. Parte da qui il nuovo viaggio; quello forse più importante, che lo porta a comporre un disco evocativo, denso ed emozionante in ogni passaggio. Per l' occasione si fa accompagnare da Marco Pescosolido al violoncello e Paolo Sasso al violino. Il resto è tutto affidato a una sensibilità musicale che a tratti toglie il fiato.
Intimo | 7.5
mercoledì 28 ottobre 2015
Serpent Power - Serpent Power
Magico | 7.6
mercoledì 14 ottobre 2015
Tijuana Panthers - Poster
Destino vuole che arrivi in netto ritardo su questi tre ragazzi californiani. "Poster" è infatti il quarto album, e si candida ad essere uno dei dischi più frizzanti dell' anno. I ragazzi sanno il fatto loro; a dimostrazione arrivano una serie di brani incandescenti. Un' amicizia di lungo corso, per poi arrivare a mettere in piedi nel 2009 i Tijuana Panthers. Arriva nello stesso anno un "7" e il primo LP, "Max Baker", ultimamente ristampato. Il resto è tutto da recuperare. Ma torniamo ad oggi. "Poster" esce via Innovative Leisure e raccoglie 12 brani per 37 minuti. Tutti di puro godimento, con qualità costante e riff sempre efficaci. Ma a sorprendere sono Set Forth, Send Down the Bombs, Miss You Hardly Know Me, Gated Patio, Front Window Down, Right and Wrong. Garage e power pop di ottima fattura, con chitarre intrise di riverberi, batterie squassanti, bassi gommosi e parti vocali spartite tra i tre musicisti. Tutto all' ombra del sole californiano. Adrenalina e melodia camminano di pari passo per tutta la durata del disco. Ed è forse proprio questo il punto di forza del loro sound. Bastano proprio pochi secondi ed è subito amore. Ora è difficile starne lontani. Dal vivo, poi, si dice facciano faville.
Accattivante | 7.7
giovedì 24 settembre 2015
Sam Cohen - Cool It
Suadente | 7.5
giovedì 17 settembre 2015
Jim O' Rourke - Simple Songs
Un' immagine di spalle, come a volersi porre ancora una volta in disparte. Il curriculum di Jim O' Rourke conta innumerevoli collaborazioni. Una sfilza di produzioni a fianco di gente come, Thurston Moore, Oren Ambarchi, i Wilco, giusto per fare qualche nome. Sperimentatore, produttore, musicista poliedrico, O' Rourke, che da anni si muove dietro le quinte, non è uno a cui piace stare lì con le mani in mano. Stabilitosi definitivamente a Tokio, il polistrumentista americano torna dopo la trilogia ispirata al cinema di Nicolas Roeg con un disco il cui titolo è una chiara dichiarazione di intenti. "Simple Songs" non fa altro che aggiungere l' ennesimo tassello alla storia musicale di uno dei personaggi più affascinanti della scena alternativa americana. Tutto gira intorno a canzoni semplici, o per meglio dire: semplicemente belle; meticolose e arrangiate in modo superbo. Ci sono gli archi, le chitarre, i pianoforti, i fiati. O' Rourke ci mette il cuore, costruendo con sapienza una serie di composizioni capaci di spaziare tra folk rock, progressive e pop orchestrale. Un puzzle in cui nulla risulta essere al posto sbagliato. Si inizia con l' ombra di Cat Stevens che aleggia su Friends with Benefits e Half Life Crisis, per poi passare alle trame prog di That Weekend e Last Year. Nell' accoppiata Hotel Blue e These Hands Jim lavora sulle corde della malinconia. Il risultato è una morsa allo stomaco. Stessa cosa per la dolente End of the Road, in cui l' influenza della tipica ballata in stile Genesis si fa ora molto più evidente. Il finale di All Your Love è un tripudio di classe che veste i panni di un brano la cui direzione prende forme inaspettate. Un crescendo musicale al servizio della melodia.
Ispirato | 8
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