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martedì 2 dicembre 2014

Museum Of Love - s/t


















Patrick Mahoney ha da tempo chiuso la sua avventura con gli LCD Sound System. Ora si affianca a Dannis McNany e mette in piedi questo nuovo progetto a nome Museum of Love. Il primo disco omonimo è un piccolo gioiello elettro pop ed esce per la DFA Records di James Murphy. Quello che ne viene fuori è un lavoro sapientemente costruito su ritmiche ovattate, tastiere ipnotiche e bassi da far vibrare le vene; la perfetta sintesi tra i Wild Beasts più ispirati e il funky degli LCD Sound system. Il tutto avvolto in imballaggi dream pop. C'è poi una splendida voce a fare da linea guida a queste affascinanti tracce. Credetemi: trovarci qualcosa fuori posto è praticamente impossibile. Tutto scorre in modo omogeneo e con eleganza sempre puntuale: Down South, In Infancy, Fathers, The Who's Who of Who Cares, Learned Helplessness In Rats, The Large Glass, And All The Winners, sono quanto di meglio si possa ascoltare da queste parti. Drizzate bene le orecchie e vi renderete conto che questo album di esordio è un vero contenitore multiforme di funky, new wave, pop, dance e quant' altro. Dimenticavo: potrebbe risultare difficile smettere di ascoltarlo.

Classe | 8



lunedì 20 ottobre 2014

Lowlakes – Iceberg Nerves
















Sbirciando in rete, spesso capita di imbattersi in progetti alquanto interessanti. Quando poi realizzi che in pochi (nessuno in Italia) gli abbiano riservato le giuste attenzioni, ti senti quasi in diritto di scriverci qualcosa. È il caso dei Lowlakes, che dopo l’ EP omonimo di debutto risalente allo scorso anno, oggi rilasciano il loro primo album in studio. Per sbrigarla in poche parole, potremmo affermare che siamo in quel territorio di confine tra il dream pop e il new romantic; tra Antony and the Johnsons e Bon Iver. Senza escludere piccole incursioni nel dubstep. Basta superare lo strumentale “Entry” per rendersi conto di tutto ciò. “Iceberg Nerves” offre un ciclo di canzoni avvolte da una patina oscura e suggestiva, che si muovono sinuose esplorando temi dello spazio e dell’ isolamento. Tutto sembra rallentarsi sotto le note malinconiche di queste composizioni: c’è la ricerca della melodia, una certa cura dei dettagli, una scrittura sempre attenta. Il tutto accompagnato dalla voce ammaliante di  Tom Snowdon. È una valanga di glaciale nostalgia quella che si abbatte sull’ ascoltatore: Foundation, Newborn, Now She said, la title track, Cold Company, Big Flood costituiscono il punto cruciale dell’ intero lavoro. “Iceberg Nerves” è un disco intimo, impalpabile, che rievoca ricordi e germoglia dopo un paio di ascolti. Sembra semplice, ma non lo è affatto.

Affascinante | 8

sabato 12 luglio 2014

Matt Kivel - Days of Being Wild


















In pochi conoscono Matt Kivel. Difficilmente, quindi, troverete qualcuno che ve ne parli. Preparatevi ad entrare tra i solchi della flebile musica di un autore del tutto sconosciuto. Esce per la Woodsist il secondo sigillo dell’ex Gap Dream. A distanza di pochi mesi dallo splendido esordio con “Double Exposure”, l’artista di Los Angeles realizza un altro splendido disco, con una copertina che molto ricorda quella di qualche mese fa. Se vi siete persi il primo, vi consiglio di andarlo a recuperare. Registrato in un periodo di sei settimane in quel di Los Angeles, “Days of Being Wild” è un album dalle sonorità trasparenti: sono ancora le atmosfere rarefatte di canzoni sognanti a condurci tra le orme sonore di Nick Drake e Bon Iver.  Arricchito da un suono più solido rispetto al lavoro precedente, “Days of Being Wild” si mostra però disco più ambizioso, e sfoggia una manciata di canzoni alla brezza marina. L’elettronica minimale presente nel primo album, viene messa da parte a favore dell’uso di batteria, basso e chitarra elettrica. Ne vengono fuori una manciata di canzoni meticolose, che si alternano tra dream folk  (The First Time, Blone Boy, Only with the Wine) e indie pop (Underwater, Insignificance, Open Road, You and I). Con disincantata eleganza, Matt Kivel confeziona un secondo album da custodire con cura.  

Delicato | 7.5

venerdì 6 giugno 2014

The Antlers - Familiars


















Quarto album per i The Antlers. “Familiars” dimostra quanto la formazione newyorkese sia cresciuta nel corso degli anni. Un percorso artistico che li ha visti plasmare un sound elegante, al limite tra dream pop e folk, e dare alle stampe album come “Hospice” e “Burst Apart”, che si collocano di diritto tra i dischi più interessanti degli ultimi anni. Oggi il progetto di Peter Silberman pubblica il suo disco più bello, in cui le ambizioni pop presenti nei due lavori precedenti, vengono filtrate da un suono ancor più sofisticato e godibile. È un barlume malinconico di note al velluto capaci di colpirti nel profondo; canzoni incantevoli che sembrano immerse nell’azzurro del cielo. Tutto fragile come il cristallo. Tutto pronto a sgretolarsi da un momento all’altro. Le composizioni di "Familiars" sono dipinti sonori di nostalgia sognante: Palace, Director, Revisited, Refuge, sprofondano in abissi di malinconia. Doppelganger, Hotel, Parade, restano sospese come nuvole. Una lentezza solenne, qualche chitarra accarezzata, synth appena percettibili, un utilizzo massiccio di fiati. Su tutto una voce flebile e onirica. “Familiars” risulta essere un raccolta brillante di canzoni scritte con il cuore tra le mani. Un abbraccio corale di romantico intimismo.

Velluto | 8.2



martedì 27 maggio 2014

Broken Twin – May


















Esordio prestigioso per la cantautrice danese Majke Voss, alias Broken Twin. “May” è un viaggio celestiale tra le onde di un intimismo sognante, e raccoglie una collezione di canzoni scritte negli ultimi tre anni. Il nuovo lavoro arriva dopo un primo EP che già mostrava le coordinate musicali della giovane autrice. È la malinconia il punto di partenza dell’intero disco. La giovane cantautrice tesse una trama fascinosa di 10 brani che s'immergono negli gli abissi notturni di un minimalismo vaporoso: canzoni candide e delicate capaci di risultare semplici e complesse al tempo stesso. Una voce allo zucchero filato, un pianoforte e archi in lontananza, una chitarra e percussioni appena percettibili, compongono un ambiente musicale intenso e dal sapore autunnale. Una sensazione di leggerezza accompagna l’ascoltatore per tutta la durata del disco: canzoni come The Aching, Sun Has Gone, Out of Air, Soon After This, In Dreams, No Darkness, sono sospese a metà tra il dream pop di Elizabeth Fraser e il pathos di Antony. Bianco come la neve, leggero come l’acqua.

Flebile | 7.4

venerdì 24 gennaio 2014

Gem Club - In Roses


















I Gem Club sono un progetto discografico che gira intorno alla figura del pianista e songwriter del Massachussets Christopher Barnes. Accompagnato dalla violoncellista Kristen Drymala e dalla voce di Ieva Berberian, la formazione proveniente da Sommerville, giunge ora alla seconda prova discografica dopo lo stupendo“Breakers” del 2011. Vestito di un dream pop intimo ed elegante, “In Roses” si presenta come un lavoro più espansivo rispetto al disco di esordio. Bellezza e nostalgia ci accompagnano lungo un paesaggio sonoro da sogno, che fiorisce in queste 11 tracce, animate da un’ispirazione superiore. Un’ elettronica impercettibile si adagia tenue alle fluttuanti note del pianoforte e ai riverberi del violoncello, creando un vero e proprio universo di rarefatta inquietudine. La voce dolente di Christopher Barnes, che a tratti potrebbe ricordare Antony, disegna i contorni di un’ opera introspettiva. Un piccolo affresco di coinvolgente emotività. E’ musica semplice, capace di emozionare e smuovere i ricordi.

Intenso | 7.8